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31 Gennaio 2026 - 11:00
Un nuovo contenzioso internazionale punta i riflettori su WhatsApp e sulla presunta capacità di Meta di accedere alle conversazioni private, nonostante la crittografia end-to-end che dovrebbe garantirne la sicurezza. Gli esperti restano cauti, ma il dibattito sulla privacy digitale si riaccende con forza.
Il 23 gennaio 2026, presso la Corte Federale del Nord California, lo studio legale Quinn Emanuel Urquhart & Sullivan ha depositato una causa che rappresenta utenti WhatsApp provenienti da Australia, Brasile, India, Messico e Sudafrica. L’obiettivo è ottenere lo status di class action globale, escludendo però gli utenti di Stati Uniti, Canada, Unione Europea e Regno Unito, soggetti a procedure specifiche come l’arbitrato o leggi locali.
Secondo la denuncia, Meta non rispetterebbe pienamente le promesse di privacy, essendo in grado di accedere a messaggi che dovrebbero essere protetti da crittografia end-to-end.
Il documento legale sostiene che WhatsApp conservi e analizzi messaggi e metadati, e che esistano strumenti interni per permettere al personale di visualizzare conversazioni private, inclusi contenuti collegati a Instagram e Facebook.
I querelanti si basano su dichiarazioni di whistleblower non identificati, senza fornire prove tecniche dettagliate. Questo ha generato scetticismo nella comunità di esperti di sicurezza.
“Ci sono molte accuse ma poche evidenze concrete. WhatsApp ha mantenuto coerentemente la crittografia end-to-end”, spiega Matthew Green, professore di crittografia alla Johns Hopkins University.
“La denuncia manca di dettagli tecnici fondamentali”, commenta Nicholas Weaver, ricercatore presso l’International Computer Science Institute.
Meta ha definito la causa “frivola”, annunciando la volontà di chiedere sanzioni contro gli avvocati se il ricorso non verrà ritirato. WhatsApp ha ribadito che i messaggi restano protetti e leggibili solo dai dispositivi dei partecipanti grazie al protocollo open source di Signal.
Non è la prima volta che WhatsApp viene accusata di violazioni della privacy. Nel settembre scorso, Attaullah Baig, ex responsabile del team, aveva denunciato accessi non autorizzati da parte di migliaia di dipendenti a foto profilo, contatti, geolocalizzazione e iscrizioni ai gruppi. Baig ha anche segnalato le vulnerabilità alle autorità FTC e SEC, sostenendo violazioni dell’accordo sulla privacy del 2019 e omissioni verso gli investitori.
La vicenda ha attirato commenti da parte dei competitor. Pavel Durov, fondatore di Telegram, ha espresso sarcasmo sulla sicurezza di WhatsApp. Anche Elon Musk, proprietario di X (ex Twitter), ha rilanciato la notizia, promuovendo le alternative di messaggistica della sua piattaforma.
Va sottolineato che Telegram, a differenza di WhatsApp, non attiva di default la crittografia end-to-end per tutte le chat, ma solo nelle cosiddette “chat segrete”, e ha ricevuto critiche su altri aspetti della sicurezza.
Con oltre 3 miliardi di utenti in tutto il mondo, WhatsApp è la piattaforma di messaggistica più diffusa. Se confermate, le accuse metterebbero in discussione la sicurezza di milioni di conversazioni private e la credibilità di Meta.
La vicenda evidenzia un tema più ampio: in un ecosistema digitale dominato da poche grandi piattaforme, la sicurezza non è solo tecnica, ma anche sociale e fiduciaria. Gli utenti devono poter verificare le garanzie dichiarate dai colossi tecnologici.
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