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GIORNO DEL RICORDO

Foibe, a Grugliasco una cerimonia per i martiri

«Ricercare la verità storica, attraverso il racconto delle tragedie che hanno segnato il nostro passato, senza strumentalizzazione politica o ideologica, è l’unica strada che può condurre l’umanità verso un futuro di pace»

Foibe, a Grugliasco una cerimonia per i martiri

Giovedì 12 febbraio, alle 11, al giardino Vittime delle Foibe, in corso Fratelli Cervi 57 a Grugliasco, si terrà la cerimonia per il Giorno del Ricordo.
All’iniziativa parteciperanno il sindaco Emanuele Gaito, il presidente del Consiglio comunale Luigi Musarò e Antonio Vatta, presidente del Comitato provinciale di Torino dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, insieme ai rappresentanti delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati.

Nel corso della commemorazione, Vatta ripercorrerà la storia di decine di migliaia di famiglie italiane che hanno vissuto il dramma dell’esodo dalle terre dell’Adriatico orientale.
Tra il 1943 e il 1954, infatti, decine di migliaia di italiani furono costretti ad abbandonare le loro case nelle province allora italiane di Pola, Fiume e Zara, per sfuggire alle persecuzioni e ai massacri di civili e militari compiuti dal regime jugoslavo.
Il Giorno del Ricordo, istituito per conservare la memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, rappresenta per l’amministrazione comunale un momento di riflessione pubblica.
«Ricercare la verità storica, attraverso il racconto delle tragedie che hanno segnato il nostro passato, senza strumentalizzazione politica o ideologica, è l’unica strada che può condurre l’umanità verso un futuro di pace», dichiara il sindaco di Grugliasco, Emanuele Gaito. Una violenza cieca che non fu un episodio isolato, ma una stagione lunga, durata fino al 1947, attraversata da partigiani, fascisti, tedeschi e dall’esercito jugoslavo di Tito. Quando la politica ridisegnò i confini, l’Istria e la Dalmazia cambiarono bandiera e migliaia di italiani persero la terra sotto i piedi. Per istriani, fiumani e dalmati l’alternativa fu una sola: andarsene. Un esodo forzato che tra il 1944 e il 1956 coinvolse non meno di 250 mila persone, cancellando comunità intere e consegnandole al silenzio. Per decenni.

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