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Il caso
11 Febbraio 2026 - 22:45
La cifra di 160 milioni di euro reclamata da Mediaset nei confronti di Fabrizio Corona ha subito fatto scalpore, tanto da essere definita dallo stesso ex re dei paparazzi come un "atto intimidatorio con metodo mafioso". A prima vista, sembra un importo esorbitante, quasi teatrale. Ma dietro questa richiesta c’è una logica giuridica ben precisa.
Interpellati da Today, gli avvocati Giovanni Adamo e Andrea Di Pietro spiegano che, a differenza degli Stati Uniti, l’ordinamento italiano non prevede danni punitivi. In Italia il risarcimento serve a riparare un danno concreto e non a infliggere una punizione morale o economica. Per questo motivo, Mediaset deve dimostrare che le accuse di Corona abbiano provocato perdite economiche effettive o un danno alla reputazione quantificabile in termini concreti.
Qui entra in gioco il valore delle società quotate in Borsa. Come osserva Adamo, se un’azione subisce un crollo legato a una campagna diffamatoria, i danni patrimoniali possono crescere rapidamente. Mediaset e MFE valgono miliardi, e anche una fluttuazione minima legata alle accuse di Corona può tradursi in cifre enormi. Non è necessario un tracollo totale: bastano contratti con sponsor rescissi, investitori che vendono azioni dopo aver letto le accuse, o qualsiasi collegamento diretto tra le dichiarazioni di Corona e danni economici misurabili.
Un altro elemento chiave è la diffusione delle accuse. Un post isolato su un social network con pochi like ha un impatto limitato, mentre una campagna virale con milioni di visualizzazioni può amplificare enormemente il danno. Nel caso di Corona, la portata mediatica è stata impressionante: milioni di visualizzazioni, condivisioni infinite e rimbalzi su testate tradizionali.
Anche la notorietà di chi accusa e di chi viene accusato entra nel calcolo. Adamo ricorda che nelle tabelle di liquidazione del danno si considera la fama del diffamato e quella del diffamante. Se un perfetto sconosciuto accusasse una persona molto famosa, l’impatto sarebbe minimo. Ma Corona, con milioni di follower e una storia mediatica consolidata, è considerato credibile agli occhi del pubblico. Dall’altra parte, personaggi come Maria De Filippi, Silvia Toffanin o Pier Silvio Berlusconi hanno un nome che vale, e più vale, maggiore può essere il danno reputazionale.
Di Pietro avverte, però, che i giudici tendono a ridimensionare le richieste: storicamente, le somme richieste in partenza vengono spesso ridotte.
In sintesi, i 160 milioni di euro non sono un numero campato per aria. Se Mediaset riuscisse a dimostrare perdite economiche concrete, come cali di Borsa o sponsor persi, la cifra potrebbe avere un fondamento reale. Se, invece, si tratta principalmente di danno reputazionale, la probabilità di vedersi riconosciuto l’importo integrale rimane molto bassa.
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