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TRENO DELLA MEMORIA

Ravensbrück , il campo di concentramento delle donne dove la vita e la morte fecero scuola alle SS

Maternità negate, bambini senza infanzia e i bordelli della “premialità” nazista

Ravensbrück , il campo di concentramento dove la vita e la morte fecero scuola alle SS

Il lager non era soltanto fame, lavoro e morte.
A Ravensbrück - il più grande campo di concentramento femminile del Terzo Reich - il sistema nazista provò persino a organizzare la vita. Una vita deformata: maternità controllata, sessualità amministrata, infanzia annullata. Tutto regolato da moduli, codici numerici e premi produttivi. Qui la disumanizzazione non era caos. Era burocrazia. Costruito tra il 1938 e il 1939 nel Brandeburgo, a circa novanta chilometri da Berlino, Ravensbrück divenne il centro dell’universo concentrazionario femminile. Nel complesso - tra campo principale, sottocampi e Uckermark - vi passarono circa 120 mila donne e bambini, oltre a migliaia di uomini. Almeno 28 mila non sopravvissero. All’inizio furono le stesse prigioniere a costruire il campo in cui sarebbero state rinchiuse. Poi arrivò la guerra e Ravensbrück si riempì: polacche, sovietiche, francesi, ebree, rom, oppositrici politiche, religiose, partigiane.

Dal 1942 diventò anche un ingranaggio della produzione bellica. Sartorie, tessiture, officine e stabilimenti collegati alla Siemens trasformarono il campo in una fabbrica. La capacità lavorativa media di una detenuta veniva stimata in tre mesi: dopo era considerata inutilizzabile. I posti più ambiti erano quelli in lavanderia e in cucina. Le SS cercarono di alimentare la competizione tra le prigioniere, convinte che la rivalità avrebbe reso il sistema più efficiente. Accadde il contrario. Tra donne provenienti da Paesi, lingue e culture diverse nacque una solidarietà estesa, una rete informale di sopravvivenza che sfuggì al controllo del campo. Fu quella solidarietà a salvare alcune vite, soprattutto tra le madri. Nel 1943 Heinrich Himmler introdusse un programma di incentivi per aumentare la produttività nei lavori forzati. Le ricompense potevano essere più lettere, sigarette, cibo allo spaccio, il permesso di tagliarsi i capelli e perfino visite ai bordelli del campo. Sì, bordelli.

Dal 1942 le SS avevano aperto strutture per prigionieri maschi in dieci campi di concentramento, chiamate “edifici speciali”. Le donne arrivavano soprattutto da Ravensbrück: oltre duecento detenute furono sfruttate sessualmente. Si offrirono volontarie nella speranza di sopravvivere grazie alla promessa di razioni migliori, vestiti e liberazione anticipata. Nulla venne mantenuto. Se si ammalavano o restavano incinte venivano rimandate al campo.

L’assegnazione veniva registrata nei fascicoli personali con un codice numerico: 998. Le SS effettuavano controlli ginecologici regolari, non per tutelare la loro salute ma per evitare epidemie tra i lavoratori forzati. Di giorno le donne lavoravano, la sera, dopo l’appello, ricevevano gli uomini. In quell’universo capovolto alcune percepirono le stanze riscaldate e il cibo leggermente migliore come un miglioramento. Non era salvezza: era gestione delle risorse umane. Nel campo furono imprigionati almeno novecento bambini tra i due e i sedici anni provenienti da diciotto Paesi. Dai dodici anni lavoravano, gli altri restavano nelle baracche. Alcune detenute diventavano “madri di campo”, altre rubavano materiali per costruire giocattoli clandestini. I piccoli giocavano all’appello, alla selezione, alle SS. Imparavano prima a mendicare che a leggere. Tra il 1943 e il 1945 nacquero oltre seicento bambini. La maggior parte morì. Le madri tornavano al lavoro una settimana dopo il parto e potevano vedere i figli solo durante le pause. Più neonati dividevano lo stesso letto, mancavano medicine e pannolini. Nel 1945 donne incinte e neonati vennero isolati in una baracca che non era un reparto maternità ma un anticamera della morte.

Eppure proprio qui emerse una delle forme più radicali di resistenza. Le prigioniere con incarichi gerarchicamente più alti, che ricevevano pacchi e latte in polvere anche grazie agli aiuti della Croce Rossa internazionale, lo consegnavano alle madri appena dopo il parto. Negli ultimi anni di guerra, tra decine di neonati, ne sopravvissero otto: furono salvati da quella rete clandestina di cura. Nel campo si svolsero anche esperimenti medici, molti al limite della tortura. Alcuni riguardarono il gas nervino, altri la gravidanza e il corpo femminile: ricerche violente che contribuirono, paradossalmente, alla conoscenza medica successiva, ma al prezzo della sofferenza delle detenute. Esisteva anche una produzione invisibile: l’arte. Le prigioniere scolpivano i manici degli spazzolini trasformandoli in piccole figure, ricamavano fazzoletti con nomi e scene del campo. Non servivano a vendere né a ottenere privilegi. Servivano a ricordare di esistere.

Dopo l’8 settembre 1943 arrivarono anche circa mille italiane, molte arrestate per attività nella Resistenza. Paradossalmente diverse detenute straniere le credevano fasciste. Più di centosettanta non sopravvissero. Tra le testimonianze nel campo, si legge di una donna di Giaveno, Margherita Bergesio: «A Giaveno fui fermata a un posto di blocco delle Brigate Nere, la milizia fascista.
Uno di loro disse: "Ehi, bella, dove stai andando?"
E io: "Sto tornando a casa. Stavo solo facendo un giro"
Lui rispose: «Ma quella bici è così pesante, dai, sali qui". Io sotto il sellino avevo tutti i documenti d’identità delle persone che ci aiutavano. Comunque presero la bicicletta e la lanciarono sul camion, mi aiutarono a salire e io finsi che non ci fosse nulla di strano, ridevo, facevo battute, e sotto il sellino della bici si vedeva questo pacchetto di carte».

Nel 1945 Ravensbrück era sovraffollato: fino a sei donne per letto. Le SS costruirono una camera a gas provvisoria e uccisero migliaia di prigionieri, poi iniziarono le marce della morte. Il 30 aprile l’Armata Rossa trovò nel campo circa tremila sopravvissuti, per lo più malati e bambini. Molti morirono dopo la liberazione. Ravensbrück non fu solo un luogo di sterminio. Fu un laboratorio sociale estremo in cui lavoro, maternità, sessualità e infanzia vennero amministrati fino all’ultimo respiro. Tutte le nascite nel campo venivano annotate in un registro con penne di colori blu e rosso.

All’uscita, una statua di Will Lammert raffigura una prigioniera che prende in braccio un’altra prigioniera. Guarda verso la città di Fürstenberg, a eterno ricordo di una colpa: perchè tutti sapevano cosa accadeva al campo. Lì, delle rose sul lago di ghiaccio, nelle stesse acque dove venivano disperse le ceneri delle vittime dopo la cremazione nei forni. C'è un significato, in quelle rose, come spiega Andrea Tua - fondatore del Treno della Memoria e oggi guida per i gruppi: è stato lui a illustrare, ai ragazzi e alle ragazze, tutto ciò che riguarda il campo e la sua storia.  «Durante la prigionia, le detenute creavano piccole rose utilizzando materiali di fortuna - pezzi di stoffa, legno, fili - o disegnandole su messaggi segreti. Questi gesti, pur rischiosi, simboleggiavano la loro volontà di non lasciarsi annientare.
 Negli anni '70, le sopravvissute francesi fecero creare una rosa specifica, chiamata "Résurrection", per onorare la memoria delle vittime e simboleggiare la vita che rinasce dopo l'inferno. Rosso era anche a ricordare che le triangolo rosso erano la maggioranza delle prigioniere, almeno nei primi anni».

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