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Intelligenza artificiale
13 Febbraio 2026 - 23:00
“Qualcosa di grande sta accadendo”. È questo il titolo del saggio che nelle ultime ore ha infiammato il dibattito globale sull’intelligenza artificiale, firmato da Matt Shumer, imprenditore tecnologico e CEO di HyperWrite.
Il testo, pubblicato su X, ha raggiunto in pochissimo tempo milioni di lettori, diventando virale ben oltre la cerchia degli addetti ai lavori. E proprio questa diffusione rapidissima è, in qualche modo, la dimostrazione concreta di uno dei punti centrali della sua riflessione: stiamo entrando in una fase di trasformazione che pochi stanno davvero comprendendo fino in fondo. A rendere il saggio ancora più interessante è il profilo del suo autore. Shumer non è un critico della tecnologia, né un osservatore esterno. Al contrario, è un imprenditore che lavora quotidianamente con sistemi di AI generativa.
Nel confronto con gli utenti online ha dichiarato apertamente di aver utilizzato strumenti di intelligenza artificiale anche per organizzare e migliorare il suo testo. Una scelta che per lui non toglie autenticità al contenuto: le idee sono sue, l’IA lo ha aiutato a strutturarle. Un esempio concreto di come, secondo Shumer, la tecnologia non debba sostituire l’essere umano, ma potenziarlo, almeno finché questo equilibrio sarà possibile.
L’immagine più potente utilizzata nel saggio richiama alla memoria i primi mesi del 2020. Shumer invita a ricordare quel periodo in cui le notizie di un virus lontano sembravano esagerate, quasi marginali, finché la realtà non ha travolto ogni certezza. Secondo lui, oggi ci troviamo in una fase simile rispetto all’evoluzione dell’IA: i segnali sono evidenti per chi lavora nel settore, ma per la maggioranza delle persone il cambiamento appare ancora distante o sopravvalutato. Eppure, sostiene, l’impatto potrebbe essere perfino più radicale di quello provocato dalla pandemia.
Nel suo racconto, la vera svolta è arrivata testando un nuovo modello di OpenAI, capace non solo di eseguire istruzioni ma di programmare in tempo reale prendendo decisioni complesse. Shumer descrive un’esperienza che va oltre l’efficienza tecnica: parla di sistemi che sembrano mostrare una forma di giudizio, una capacità di scegliere la soluzione più adatta senza essere guidati passo dopo passo. Non è tanto la perfezione tecnica a colpirlo, quanto la sensazione che il confine tra strumento e “agente” stia diventando sempre più sottile.
La parte più discussa del saggio riguarda le tempistiche. Non si parla di decenni. Secondo Shumer, molti sviluppatori stimano che i cambiamenti più profondi possano manifestarsi nell’arco di uno-cinque anni, forse anche meno. Il timore (o la consapevolezza) è che ciò che oggi viene percepito come un supporto al lavoro possa trasformarsi rapidamente in un’alternativa completa a molte professioni. Non solo nel settore tecnologico, ma in ambiti creativi, amministrativi, legali e persino decisionali.
In un intervento successivo, Shumer ha chiarito che il suo intento non è generare panico, bensì stimolare consapevolezza. Chi lavora a stretto contatto con i modelli di large language model ha una visione privilegiata dei progressi quotidiani, spesso invisibili al grande pubblico. Il messaggio, in sostanza, è questo: ignorare i segnali sarebbe un errore. Prepararsi, comprenderne le implicazioni e avviare una riflessione collettiva su lavoro, formazione e regole è oggi più urgente che mai.
L’aspetto più inquietante non è la potenza dell’intelligenza artificiale, ma la velocità con cui sta migliorando. Quello che fino a pochi anni fa richiedeva giorni di lavoro, oggi può essere completato in minuti. Se il trend resterà questo, il cambiamento non sarà graduale ma esponenziale. E come spesso accade nei grandi passaggi storici, ce ne accorgeremo pienamente solo quando sarà già diventato la nuova normalità.
La domanda, allora, non è più se l’IA cambierà il mondo. La vera domanda è: quanto siamo pronti a questo cambiamento?
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