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Guerra e Politica

Iran, Molinari: «Trump colpisce Teheran e indebolisce Cina e Russia»

Nell’intervista a The Epoch Times Italia l’ex direttore di Repubblica analizza l’offensiva americana: «Non sarà un nuovo Iraq. Pechino rischia di perdere un alleato strategico»

La Cina risponde a Trump con tariffe sui prodotti agricoli americani

Xi Jinping e Donald Trump (fonte: BBC News)

L’offensiva americana contro l’Iran non sarebbe soltanto un’operazione militare contro il regime degli ayatollah, ma una mossa con implicazioni molto più ampie nello scacchiere internazionale. A sostenerlo è il giornalista ed esperto di geopolitica Maurizio Molinari, intervistato da The Epoch Times Italia, secondo cui la decisione del presidente americano Donald Trump avrebbe colpito indirettamente anche gli equilibri tra le grandi potenzeSecondo Molinari, è improbabile che l’operazione militare americana si trasformi in una replica dell’invasione dell’Iraq del 2003. «L’unico fatto forse sicuro è che non sarà una ripetizione dell’Iraq di George W. Bush», spiega il giornalista, ricordando come Trump abbia sempre dichiarato di non voler aprire un nuovo conflitto con occupazione militare diretta.

Gli scenari possibili per il futuro dell’Iran, secondo l’analista, sono diversi. «C’è un’opzione che prevede l’emergere di leader interni alla Repubblica islamica disposti ad aprire un dialogo con gli Stati Uniti sul “dopo regime”», osserva Molinari. Tra i nomi citati nel dibattito internazionale figurano il presidente Masoud Pezeshkian, l’ex presidente Mohammad Khatami e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, già protagonista dei negoziati internazionali. Un secondo scenario potrebbe invece coinvolgere milizie locali ostili al regime degli ayatollah. «In Iran esistono gruppi armati contrari al potere centrale, come i peshmerga curdi o milizie attive nel Belucistan», spiega Molinari. «Se dovessero prendere iniziative, potrebbe innescarsi una dinamica simile a quella dell’Afghanistan del 2001, quando i talebani furono rovesciati con il sostegno dell’Alleanza del Nord». La terza ipotesi è quella di una sollevazione popolare. «La demolizione sistematica delle infrastrutture dei Pasdaran e delle forze di sicurezza sembra comunicare alla popolazione che gli apparati repressivi non ci sono più», osserva. «È come se il messaggio fosse: “Potete tornare in piazza”». Tuttavia, avverte, «non si può dire che questo accadrà davvero».

Per Molinari, la caduta del regime iraniano rappresenterebbe comunque un duro colpo per l’estremismo islamista. «La jihad ha due anime, una sunnita e una sciita, che sono rivali tra loro», ricorda. «La scomparsa della Repubblica islamica sarebbe un colpo molto duro alla jihad sciita, perchè verrebbero meno risorse, infrastrutture militari e forniture agli alleati regionali come Hezbollah o Hamas». Allo stesso tempo invita alla prudenza: «Dire che sarebbe la sconfitta definitiva della jihad sarebbe azzardato, perchè questi gruppi hanno sempre dimostrato di sapersi riorganizzare».

Ma il vero nodo, secondo l’ex direttore di La Repubblica, riguarda la competizione globale tra Washington e Pechino. «Non c’è dubbio che la Cina sia il maggiore alleato dell’Iran degli ayatollah», afferma. «Gran parte del petrolio iraniano finisce proprio in Cina, e questo permette a Teheran di aggirare le sanzioni internazionali». Il legame tra i due Paesi non sarebbe soltanto energetico. «L’Iran è un tassello fondamentale della Nuova Via della Seta e ha ricevuto da Pechino anche forniture cruciali, come il combustibile per i missili a lungo raggio», spiega Molinari. «Se la Repubblica islamica dovesse cadere, a indebolirsi sarebbe anche la Repubblica Popolare Cinese».

Di fronte all’offensiva americana, però, le reazioni di Mosca e Pechino sono state diverse. «La Russia ha condannato l’attacco ma ha subito precisato che non darà aiuto militare a Teheran», osserva. «Putin si sta dimostrando prudente». Più sorprendente, invece, la posizione della Cina. «Pechino ha condannato l’operazione ma si è fermata lì. È un atteggiamento di insolito basso profilo». Secondo Molinari, questa cautela potrebbe avere una spiegazione precisa: «I cinesi hanno compreso che stanno perdendo l’Iran. Qualunque sia l’esito della guerra, stanno ragionando su come gestire una sconfitta strategica». Infine, l’operazione militare potrebbe avere ripercussioni anche sulla politica interna americana. All’interno del Partito Repubblicano, infatti, convivono due anime. «C’è un’anima isolazionista, rappresentata dal vicepresidente JD Vance, e un’anima internazionalista guidata dal segretario di Stato Marco Rubio», spiega Molinari.

Secondo il giornalista, il confronto tra queste due correnti è già iniziato. «La vera partita nel Partito Repubblicano è chi sarà l’erede di Trump nel 2028», conclude. «Quello che stiamo vedendo ora è l’anticipo del match per l’identità futura del partito».

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