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Il Borghese

Perché non si indaga su chi li finanzia?

Gli scontri a Torino sono un attacco allo Stato. La procuratrice generale: "Benevolenza della Upper Class"

Perché non si indaga su chi li finanzia?

Terroristi. È questa la parola giusta. Mentre scriviamo, c’è ancora il fumo degli scontri in corso Regina Margherita - scontri? No, deliberato attacco alle forze dell’ordine -, dei roghi di cassonetti ancora una volta sulla strada dei violenti, e proseguono le battaglie al di là della Dora, verso il Campus Einaudi, verso borgo Rossini, con i manifestanti sparpagliati a impegnare polizia e carabinieri, in una situazione per cui anche il termine “guerriglia” è inadatto.

Torino «aperta al dialogo» e che «garantisce il diritto a manifestare» - dai comunicati di rito di politica e autorità - ha pagato un caro prezzo: non solo per i danni, i feriti - tra cui giornalisti -, ma per il terrore di chi, tra corso Regina e il lungo Dora, ha visto la guerra sotto casa sua, ha visto le fiamme lambire i palazzi, ha sentito l’odore acre dei lacrimogeni entrare dalla finestre, o chi ha dovuto barricarsi nel negozio dove si trovava per lavoro. Sì, lavoratori e lavoratrici sono divenuti bersagli di un corteo dove si sbraitava a sproposito anche di “difesa del lavoro”.

«Frange violente organizzate e a volto coperto infiltrate nella manifestazione» dice il sindaco Stefano Lo Russo nel comunicato stampa, per riferirsi ai violenti. Eh no, signor sindaco, non sono infiltrati: l’infiltrato è qualcuno che agisce di nascosto, questi individui che hanno iniziato a travisarsi nel bel mezzo del corteo sono parte integrante, componente principale di questa manifestazione che ha attraversato Torino. Chi ha messo in piedi questo attacco alla città e allo Stato sapeva benissimo della loro presenza, li ha visti e a tutto ha pensato meno che a isolarli. Si chiama complicità, come minimo.

Ha ragione la procuratrice generale Laura Musti che, nel suo discorso per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha parlato di «un’area grigia colta e borghese» che invece di attuare «un’azione di deterrenza culturale e civile, nel segno del rispetto della legalità e delle istituzioni democratiche» strizza l’occhiolino a questi pseudo-rivoltosi contro un Paese dove, fino a prova contraria, vige ancora la democrazia, tanto che anche ai violenti viene consentito di fare l’accidenti che vogliono. La procuratrice parla di «benevola tolleranza di una certa upper class». Anche gli intellettuali o gli ideologi che accompagnano questi cortei e poi si affrettano a sparire quando inizia la guerra, ossia «armiamoci e partite». E tra i sostenitori, vogliamo parlare di chi finanzia questa gente, o vogliamo credere che venga tutto dalle loro cene di autofinanziamento o dai concerti in luoghi occupati? Su quello bisognerebbe indagare.

E ci pensino anche quelle istituzioni che hanno sottovalutato l’inizio delle proteste pro Pal, che hanno tollerato in nome di un dialogo che ora deve cessare. Altrimenti, cessino loro di occupare il posto che occupano.

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