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04 Febbraio 2026 - 16:25
Con la sentenza n. 1999, la Corte di Cassazione introduce un cambio di passo netto sull’assegno di divorzio. Non si tratta più di un beneficio automatico collegato allo status di ex coniuge, ma di un diritto che va provato, fondato su elementi concreti e verificabili. In altre parole, il divorzio non garantisce più una tutela economica di default: chi chiede l’assegno deve dimostrare di aver subito un pregiudizio economico reale a causa del matrimonio.
Secondo i giudici, avere un reddito inferiore, aver lavorato meno o essersi occupati prevalentemente della famiglia non è sufficiente di per sé. L’assegno divorzile non è una pensione vitalizia, né una forma di compensazione generica per il tempo trascorso insieme. La sua funzione è solidaristica, ma solo se il matrimonio ha prodotto uno squilibrio economico ingiusto, direttamente collegabile alle scelte fatte durante la vita coniugale.
Il principio affermato dalla Cassazione è chiaro: il sacrificio non si presume. Chi richiede l’assegno deve provare l’esistenza di un nesso causale tra il matrimonio e la propria condizione economica attuale. Serve dimostrare, dati alla mano, di aver rinunciato a opportunità professionali o reddituali per favorire la crescita personale, lavorativa o patrimoniale dell’altro coniuge.
Non bastano affermazioni generiche o scelte di vita astratte: il sacrificio deve essere attuale, concreto e quantificabile.
Un esempio affrontato dalla Cassazione riguarda una donna che aveva ottenuto in primo grado un assegno di 500 euro mensili. La Corte d’Appello aveva però annullato la decisione, revocando l’assegno e imponendo la restituzione delle somme già ricevute. La Cassazione ha confermato questa linea.
La richiedente aveva dichiarato di essere passata, anni prima, da un lavoro full-time a part-time, ma senza dimostrare quali occasioni lavorative concrete fossero state perse, quale reddito effettivo fosse stato sacrificato e quale vantaggio economico ne avesse tratto l’ex marito. Mancava, quindi, la prova del collegamento diretto tra quelle scelte e lo squilibrio economico attuale.
La sentenza chiarisce anche una distinzione spesso confusa. Durante la separazione, il matrimonio è ancora valido e il criterio guida resta il tenore di vita. Nel divorzio, invece, il vincolo è sciolto definitivamente e l’assegno ha una funzione diversa: non serve a mantenere lo stile di vita passato, ma a compensare e riequilibrare una disparità economica causata dal matrimonio.
Se questa disparità non viene dimostrata, l’assegno non spetta.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda la restituzione degli importi già versati. Se l’assegno risulta privo dei requisiti fin dall’inizio – quindi senza un sacrificio reale o uno squilibrio dimostrabile – il giudice può ordinare la restituzione delle somme percepite, a partire dal momento in cui il divorzio è diventato definitivo.
In pratica, chi ha ricevuto un assegno senza averne diritto rischia di dover restituire quanto incassato.
Per la Cassazione, rientrano tra i sacrifici valutabili:
la rinuncia a promozioni o avanzamenti di carriera;
il passaggio documentato da full-time a part-time;
l’interruzione degli studi o dell’attività lavorativa;
la perdita di reddito o opportunità di investimento;
il contributo dimostrabile al patrimonio dell’altro coniuge;
trasferimenti o scelte familiari che abbiano inciso in modo concreto sulla propria autonomia economica.
Il criterio resta uno solo: tutto deve essere provato e collegabile allo squilibrio economico attuale.
La linea tracciata dalla Cassazione è netta: il matrimonio non garantisce più una protezione economica automatica dopo la sua fine. La solidarietà post-coniugale resta, ma deve essere giustificata, dimostrata e documentata. Senza prove concrete, l’assegno non solo può essere negato, ma può anche trasformarsi in un debito da restituire.
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