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La sentenza

’Ndrangheta a Carmagnola, cinque condanne: quasi quarant’anni di carcere per il clan D’Onofrio

Le accuse, distribuite a vario titolo, parlano di associazione mafiosa, ricettazione, estorsione e usura

’Ndrangheta a Carmaagnola, cinque condanne: quasi quarant’anni di carcere per il clan D’Onofrio

Francesco D’Onofrio, 70 anni, ritenuto dalla procura uno dei principali boss della ’ndrangheta in Piemonte, è stato condannato oggi a undici anni e dieci mesi di carcere al termine del processo di primo grado che ha documentato le nuove infiltrazioni della criminalità organizzata nel Torinese e in un sindacato edile. La sentenza è stata emessa dalla giudice Benedetta Mastri, che ha condannato complessivamente cinque imputati per quasi quaranta anni di reclusione. Oltre a D’Onofrio, sono stati riconosciuti colpevoli l’ex sindacalista Cisl Domenico Ceravolo (otto anni, dieci mesi e 20 giorni), Claudio Russo (sette anni e sei mesi), Rocco Costa (sei anni e dieci mesi) e Antonio Serratore (tre anni e sei mesi). Già patteggiato Giacomo Lo Surdo, ex capo degli Arditi, gruppo ultras della Juventus, difeso da Domenico Peila. Gli imputati dovranno versare provvisionali pari a 50mila euro al Comune di Carmagnola e 10mila euro al Comune di Torino, in attesa di un nuovo processo civile che definirà gli eventuali risarcimenti complessivi.

Secondo l’accusa, D’Onofrio era la persona di riferimento dei consociati alla ’ndrangheta in Piemonte, con un ruolo decisorio superiore ai semplici affiliati. Il settantenne, arrestato a settembre 2024 nella sua abitazione di Moncalieri con diverse armi detenute illegalmente, nega da anni di avere ruoli di vertice, pur essendo indicato dagli inquirenti come parte della cosca dal 2006. Nel corso dell’udienza aveva invocato clemenza, sottolineando età e patologie: «La ’ndrangheta fa schifo e non ne condivido metodi e scopi», aveva dichiarato. Gli imputati, tra Moncalieri e Carmagnola, secondo l’accusa avrebbero gestito affari nel settore edilizio e immobiliare, incluse estorsioni e servizi di recupero crediti, infiltrandosi persino nella Cisl edile tramite Ceravolo. «Intratteneva relazioni nell’interesse della cosca e garantiva gli interessi di imprenditori colpiti da provvedimenti antimafia», si legge negli atti della procura, coordinata dai sostituti procuratori Paolo Toso, Marco Sanini e Mario Bendoni. Fuori dall’aula, l’avvocato Cristian Scaramozzino, difensore di Ceravolo e Costa, ha commentato: «Leggeremo le motivazioni. Non condividiamo la linea del giudice che ha recepito in modo critico l’impostazione della procura. Cinque anni dopo lo smantellamento della locale di Carmagnola, riteniamo che i soggetti non potessero essere inseriti in quel contesto». Scaramozzino non esclude il ricorso in appello.

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