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Posti a rischio

Torino, call center sotto pressione: fino a 1.700 posti a rischio in Piemonte

Tra automazione, delocalizzazioni e gare al ribasso, la filiera riduce organici e aumenta l’instabilità; Konecta chiude Asti e Ivrea

Torino, call center sotto pressione

Immagine di repertorio

Il settore dei call center in Piemonte attraversa una fase di contrazione che, secondo le stime citate dai sindacati, riguarda oggi circa 1.700 lavoratori e potrebbe aggravarsi nei prossimi mesi. Negli anni Novanta e nei primi Duemila l’area torinese e l’eporediese erano diventate poli rilevanti dei servizi di contact center, anche come risposta alla crisi industriale. Oggi la filiera è descritta come sotto pressione per effetto di innovazione tecnologica, competizione internazionale e riduzione dei margini.

I numeri richiamati nel dibattito sindacale indicano un calo degli occupati: dai circa 10 mila addetti dei primi anni Duemila agli attuali 5 mila in Piemonte, considerando le principali aziende del comparto e alcune attività collegate. In questo contesto si inserisce il caso Konecta, gruppo attivo nei servizi di assistenza e customer care: l’azienda ha comunicato la chiusura delle sedi di Asti e Ivrea, con circa 1.100 addetti interessati dal trasferimento delle attività verso Torino e la previsione di 150 esuberi. La decisione ha portato a scioperi e proteste, con il coinvolgimento della Regione nel confronto con le organizzazioni sindacali.

Tra i fattori indicati come determinanti c’è l’introduzione di sistemi automatizzati. Anna De Bella (Cisl) afferma, parlando al Corriere, che chatbot e risposte automatiche stanno sostituendo una parte delle attività di assistenza di primo livello, con effetti su ore lavorate e opportunità occupazionali. Un secondo elemento è la delocalizzazione di alcune commesse verso Paesi con costo del lavoro più basso, citando destinazioni come Grecia e Albania.

Anche quando le attività restano in Italia, i sindacati segnalano dinamiche di appalti al ribasso, cambi frequenti di gestore e maggiore instabilità. Maria Luisa Lanzaro (Uil) parla di un settore privo di regole uniformi, con ricorso a contratti diversi da quello delle telecomunicazioni e accordi considerati meno tutelanti; viene richiamata inoltre la riduzione dell’efficacia della clausola sociale nei passaggi di commessa.

Sul fronte delle possibili soluzioni, Alberto Revel (Cgil) indica la necessità di un riadattamento delle attività per salvaguardare l’occupazione, citando tra le ipotesi la riconversione di servizi legati, ad esempio, agli archivi degli enti pubblici piemontesi, tema che sarebbe già oggetto di interlocuzione con i vertici regionali.

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