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L'evento
31 Gennaio 2026 - 12:47
Torino si sveglia sotto scorta. L’inaugurazione dell’anno giudiziario coincide con una giornata ad alta tensione: nel pomeriggio è attesa la manifestazione di Askatasuna e la città viene blindata. Serrande abbassate in centro, transenne, presidi delle forze dell’ordine. Il messaggio è chiaro: prevenire prima che contenere.
Al Palazzo di Giustizia arrivano le autorità. La ministra dell’Università Anna Maria Bernini, la rettrice Cristina Prandi, il presidente della Regione Alberto Cirio, il sindaco Stefano Lo Russo. Dentro, il rito solenne. Fuori, la preoccupazione concreta per l’ordine pubblico.
Ad aprire i lavori è la presidente della Corte d’Appello, Alessandra Bassi. Il suo intervento è una radiografia senza sconti dello stato della giustizia. I numeri parlano di un sistema affaticato, segnato da carenze strutturali. L’organico amministrativo è scoperto per oltre il 32 per cento. In alcuni profili la situazione è ancora più critica: mancano la metà dei direttori, quasi due terzi dei cancellieri esperti. “Le inefficienze - spiega Bassi - derivano soprattutto dalla mancanza di risorse umane, oltre che materiali e tecnologiche”. C’è poi il nodo dei precari assunti con i fondi del Pnrr. Giovani laureati, spesso giuristi o avvocati, chiamati a supportare i magistrati ma finiti a tappare i buchi delle cancellerie. I loro contratti scadono il 30 giugno. Senza una proroga, avverte Bassi, il rischio è la paralisi di interi uffici.
Altro fronte aperto: Ivrea e l’assenza di una maxi aula per i grandi processi. Il problema torna d’attualità con l’imminente processo per la strage di Brandizzo. Spostarlo a Torino, secondo la presidente della Corte d’Appello, sarebbe un errore: spezzerebbe il legame tra il processo e la comunità colpita, oltre a creare enormi difficoltà logistiche. Dal Consiglio superiore della magistratura arriva l’intervento di Roberto Fontana, che critica apertamente la riforma della giustizia del governo Meloni. “Potrebbe essere l’ultima volta che un rappresentante eletto autonomamente dai magistrati partecipa a questa cerimonia”, avverte, lasciando intendere uno scontro istituzionale non più sotterraneo.
La ministra Bernini, a margine, parla di Torino come di una città “bellissima”, ma “segnata da troppe occupazioni e manifestazioni”. Un polo culturale da valorizzare, dice, non da presidiare per paura.
Il discorso più duro è quello della procuratrice generale Lucia Musti. Parte dalle mafie, che in Piemonte e Valle d’Aosta non sono più solo ospiti ma strutture radicate, soprattutto la ’ndrangheta. Poi affronta il tema della criminalità giovanile e dei disordini di piazza. Torino, sostiene, è “sotto scacco di pochi ma violenti facinorosi”. Cita date, luoghi, bersagli: stazioni, università, aeroporto, redazioni, sedi istituzionali. Un’escalation che, secondo Musti, non è spontanea ma organizzata, con dinamiche di reclutamento anche davanti alle scuole superiori. Nel mirino finisce anche una parte della borghesia cittadina, accusata di una “benevola tolleranza” verso la violenza, di una lettura indulgente che finisce per normalizzare reati. Un’“area grigia”, la definisce, colta e influente, che invece di fare argine contribuisce a svuotare le regole.
Il messaggio con cui si chiude l'evento in Aula Magna al Tribunale di Torino è chiaro: sì, manifestare è un diritto, ma la democrazia non può diventare un alibi per l’illegalità. Fuori dal Palazzo, intanto, Torino resta in attesa. Blindata.
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