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Gli Epstein Files

“Puoi dirgli che siamo amici”: così Epstein voleva agganciare Lapo (e John) Elkann

Da Briatore a Dolce & Gabbana, nelle mail spuntano i nomi di decine di italiani e il presidente di Stellantis diventa "the new target"

“Puoi dirgli che siamo amici”: così Epstein voleva agganciare gli Elkann

Una frase asciutta, quasi disinvolta: "Puoi dirgli che siamo amici". È il 7 settembre 2017, una mail parte da Parigi: un collaboratore informa Jeffrey Epstein di aver appena lavorato con Lapo Elkann. La risposta del finanziere - allora da anni già condannato per crimini sessuali in America, poi morto in carcere - è un lampo del suo metodo: posizionarsi, insinuarsi, salire di un gradino nel gioco delle relazioni. È networking o è qualcos’altro? Gli archivi degli Epstein File, una mole di corrispondenze e appunti, restituiscono il ritratto di una caccia al potere metodica e predatoria, in cui i nomi degli Agnelli ed Elkann si affiancano, nelle agende e nelle conversazioni riportate da alcuni media, a quelli di Bill Clinton, Donald Trump, l’ex principe Andrea, Bill Gates, Elon Musk, Noam Chomsky, il miliardario francese Axel Dumas e persino Mick Jagger.


La frase che apre le porte
Nella sequenza di email del 7 settembre 2017, il mittente, un fotografo — il cui nome è oscurato nelle carte, secondo quanto riporta il quotidiano La Verità — scrive da Parigi: "Oggi ho scattato con Lapo Elkann". Epstein non chiede come sia andata, non domandando dettagli: istruisce. "Puoi dirgli che siamo amici".You can tell him we are friends”. È il colpo di tacco del posizionamento sociale: un rapporto presunto evocato come chiave per un ingresso, un’analogia da club esclusivo in cui la presentazione - o la millanteria - vale più del biglietto.



John Elkann: da "Chi è?" a "New Target" (2010–2015)
La traiettoria verso il fratello, John Elkann — oggi presidente di Stellantis e Ferrari, ceo di Exor — è più tortuosa e racconta un cambio di passo. Il 15 agosto 2010, rispondendo a chi gli chiedeva un parere su John Elkann e Luca di Montezemolo, Epstein ammette: "Sì, ma non ricordo chi sia...", associandolo genericamente a "Agnelli, Ferrari, Fiat". Appena cinque anni dopo, il quadro si ribalta. Il 19 aprile 2015 un contatto aggiorna Epstein su John Elkann: ha sentito ottime cose su di lui da un amico; "so che è il fratello di Lapo... che ne pensi?". Epstein replica in pochi minuti: "Great great great". E l’interlocutore scopre le carte: "Penso che lui sia the new target".

Subito una domanda tattica: "Come lo incontriamo? Sicuramente non tramite Edu". Il riferimento a "Eduardo Teodorani Fabbri" — che sarebbe stato presente anche al ranch di Epstein —, ossia il cugino degli Elkann, suggerisce canali intasati o rapporti in tensione. L’obiettivo resta avvicinare il vertice di Exor. Ma questo incontro, annotato come strategico, non sarebbe mai avvenuto.

"Un predatore finanziario" così è stato definito Epstein da Axel Dumas, miliardario ceo di Hermés, "per lui ero un bersaglio", uno dei tanti che il finanziere americano aveva cercato inutilmente di agganciare.

Lapo Elkann: il biglietto da visita nei salotti
Con Lapo Elkann, l’approccio è più diretto, quasi automatico, riporta il quotidiano La Sicilia: il suo nome serve a Epstein per accreditarsi. Tra le carte spunta, a gennaio 2014, l’invito che l’assistente Lesley Groff inoltra al suo capo per un vernissage a Londra, alla galleria Robilant+Voena. L’evento, "The Italian", aveva Lapo tra i protagonisti e l’invito, aperto con "Dear Friend", segnala che il nome di Epstein figurava nelle liste PR che ruotavano intorno a quell’ambiente. All’epoca, il finanziere era già stato condannato per crimini sessuali negli Stati Uniti: la rispettabilità dei salotti culturali come schermo, la prossimità come obiettivo. Anche in questo caso, non risulta essere avvenuto l'incontro.



Ginevra, Edge e il ponte culturale di John Brockman (2021)
Il radar non si ferma ai fratelli. Nel maggio 2012, John Brockman — agente letterario e mente del circolo "Edge" — scrive a Epstein con entusiasmo: "Ginevra Elkann, nipote di Gianni Agnelli... è desiderosa di ospitare EDGE in Italia a luglio a Torino, nella tenuta di famiglia". Una promessa di élite: "Una villa rococò da 45 stanze con vista sulle Alpi" e "le menti migliori e più brillanti da Roma, Torino e Milano". Epstein risponde compiaciuto, parlando di "rivedere la vecchia luce nei tuoi occhi". 

Le agende di Peggy Siegal e il nome di Alain (2010–2014)
La trama tocca anche Alain Elkann. Peggy Siegal, storica PR dei grandi eventi, nel febbraio 2010 lo segnala a Epstein come "autore italiano, padre di Lapo" tra gli invitati a cene esclusive. Il suo nome ricompare nei taccuini mondani durante le feste di Capodanno a St. Barths nel 2014. Presenze in liste, contatti, incroci: più indizi di un circuito che prove di frequentazioni stabili.

Un perimetro globale di relazioni
Negli Epstein File, quei 3 milioni di file desecretati dal Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti, i cognomi Agnelli ed Elkann compaiono accanto a quelli di Bill Clinton, Donald Trump, l’ex principe Andrea, Bill Gates, Elon Musk e Mick Jagger. È la fotografia di una rete che, tra finanza, potere e cultura, ma soprattutto turpi vizi e loschi traffici, tenta l’aggancio con i protagonisti di un Gotha economico-politico-intellettuale in cui l’"accesso" è moneta. Ma i nomi, qui, dicono contiguità, non colpe: sono la mappatura di tentativi, non la sentenza su rapporti sostanziali.



Cosa resta negli archivi: un metodo
Dalle carte non emerge se il contatto "targettizzato" con John Elkann si sia mai trasformato in incontro, né quanto fosse reale l’"amicizia" rivendicata con Lapo. Anzi, i dati a disposizione dicono l'esatto contrario. Resta, però, la prova del metodo: individuare il potere, studiarne varchi e debolezze, attivare ponti e intermediari — da Parigi a Londra, da Torino alle feste di St. Barths — e stringere, mail dopo mail, il cerchio dell’influenza.

Nei files ci sono tanti nomi di italiani, dalla politica fino all'attrice Pilar Fogliati. Un lungo elenco è stato diffuso su X - l'ex Twitter - dal "vero Avvocato del Diavolo", "The real Devil's Advocate", Giovanni Di Stefano. Quindi, Flavio Briatore, Dolce & Gabbana, lo scomparso Valentino Garavani, persino Silvio Berlusconi.

È un manuale di prossimità al potere, fatto di inviti che aprono porte e di frasi che suonano come chiavi. E una domanda, inevitabile: quante volte, in quelle liste, bastava dirsi "amici" per apparire tali?

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