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Tecnologia
23 Febbraio 2026 - 13:15
Foto di repertorio
Non fanno più solo saldature o assemblaggi dietro una barriera di sicurezza. I robot oggi parlano e condividono lo spazio di lavoro con le persone. Ma sono già diventati “animali sociali” o è ancora troppo presto per dirlo? Il dibattito è stato al centro di un paper presentato a inizio febbraio durante la Fiera A&T - Automation&Testing “Advanced Robotics” di Torino, che fotografa un settore in piena espansione. Nel panorama della robotica mondiale, il comparto nell'ambito industriale resta il protagonista assoluto: nel 2024 ha raggiunto un valore di circa 20 miliardi di dollari e, secondo le stime, potrebbe superare i 55 miliardi entro il 2032.
Dentro questo grande contenitore cresce un segmento più specifico: quello dei robot collaborativi, i cosiddetti “cobot”. Nel 2024 le loro installazioni sono aumentate del 12% rispetto all’anno precedente. E, secondo la ricerca, nel medio-lungo periodo saranno i robot umanoidi a guidare la crescita. A chiarire questa evoluzione è Enrico Pisino, ceo del Cim Competence Center Nazionale del Mimit e redattore del paper. I numeri, spiega, sono “sostenibili” e non rispondono a una logica di “technology pushing”, cioè di innovazione imposta dall’alto senza una reale domanda industriale.
«Bisogna indirizzare queste nuove tecnologie al lavoro tedioso e alienante», sottolinea Pisino. In questa prospettiva, i cobot rappresentano uno strumento di supporto sempre più avanzato, progettati per interagire con le persone, dialogare, reagire agli stimoli e operare fianco a fianco con gli operatori. Non sostituti, ma alleati: dall’industria manifatturiera alla sanità, dal settore delle pulizie professionali fino al food & beverage.
Resta però una domanda cruciale: l’Europa è pronta per l'arrivo e l'integrazione di questi strumenti? Dal punto di vista geografico, l’Asia domina l’adozione industriale dei robot, concentrando il 74% delle installazioni globali. Il mercato europeo, secondo il White Paper, ha registrato nel 2024 una contrazione dell’8% delle installazioni - circa 85 mila unità - pur mantenendo il secondo livello più alto mai raggiunto nel continente. In questo scenario, l’Italia si colloca come secondo mercato europeo dopo la Germania, quindi la volontà e gli strumenti di certo non mancano.
Se la Cina e altri Paesi asiatici si distinguono per la velocità e la forza dell’innovazione tecnologica, secondo Pisino l’Europa - e in particolare l’Italia - può giocare una partita diversa, fondata sulla qualità dell’integrazione. «La creatività dell’europeo e dell’italiano si noterà su come verranno adottate queste nuove tecnologie all’interno della fabbrica. Sono convinto che in quel contesto possiamo essere non solo allineati ai migliori, ma fare addirittura di meglio».
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