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Il reportage
30 Marzo 2026 - 07:00
La fila fuori dalla "Casa Accoglienza" in via Andreis 26
Alle 10:30 del mattino, in via Andreis 26, a Torino, la fila è già formata. Non è ancora l’ora di pranzo, ma davanti alla mensa “Casa Accoglienza” del Cottolengo le persone iniziano ad arrivare con anticipo, un appuntamento fisso nella giornata. Alcuni parlano tra loro, altri restano in silenzio. C’è chi guarda il telefono, chi si sistema lo zaino, chi semplicemente aspetta. L’attesa è parte del rito. Quando le porte si aprono, il flusso si organizza rapidamente. Si entra a piccoli gruppi, i posti a sedere sono una sessantina ma i passaggi sono molti di più. In poco più di un’ora e mezza si alternano circa 300 persone. Il tempo di consumare il pasto e lasciare spazio a chi è fuori. Il meccanismo è rodato, quasi automatico.
Dentro il clima è caldo, tranquillo, quasi conviviale. Il pasto arriva dalla cucina interna del Cottolengo, la stessa che serve l’intera struttura: primo, secondo, contorno e, quando disponibile, anche la frutta. Cibo caldo, preparato ogni giorno. A raccontare come funziona tutto è Nicoletta, responsabile della mensa. “In questo periodo siamo tornati intorno alle 300 persone al giorno. Durante il Ramadan l’affluenza si abbassa, eravamo sui 200-220, ma appena finisce si torna subito ai numeri abituali”. Numeri che parlano di un rito abituale, che riflette però un aumento rispetto agli anni precedenti. Durante il Covid, la mensa non ha mai chiuso. “Distribuivamo i pasti fuori, all’ingresso, nei sacchetti. Non c’erano volontari, eravamo solo noi operatori. Era un momento complicato, ma la richiesta non è mai mancata, anzi”. Anche nei periodi più difficili, si contavano comunque tra le 180 e le 200 persone al giorno. Oggi il servizio è attivo dal lunedì al venerdì, solo a pranzo. Negli anni scorsi era aperto anche il sabato, ma l’organizzazione è cambiata. E accanto al cibo, la mensa offre anche altri servizi: distribuzione di vestiti, docce, supporto di base.
La composizione degli ospiti racconta molto della città. La maggioranza è costituita da uomini senza fissa dimora. “Sono più numerosi sul territorio - spiega - ma c’è anche un altro fattore: una mensa come questa, con tanto passaggio, può essere più difficile per le donne. Spesso preferiscono luoghi più piccoli, dove si sentono più sicure”. Accanto ai senza dimora, c’è una fascia meno visibile ma significativa: anziani soli, con pensioni basse, persone che hanno una casa ma non riescono ad arrivare a fine mese. “Vengono per risparmiare su un pasto, certo, ma anche per stare insieme. Si siedono sempre agli stessi tavoli, si conoscono, parlano. È anche un luogo di relazione”. Poi ci sono i giovani, spesso stranieri, che frequentano corsi di lingua o formazione. Alcuni si assentano per lavori stagionali e poi ritornano. Altri restano, con una presenza più o meno regolare. Ma il nucleo più stabile resta quello di chi vive per strada. “Lo vedi anche da come stazionano qui fuori. Non hanno un altro posto dove andare”.
Tra i tavoli e il via vai continuo, il ruolo dei volontari è fondamentale. Luciano è uno di loro, da quasi quindici anni. “Siamo circa 40 in totale, ma ogni giorno ne lavorano otto. È un servizio che richiede attenzione, perché non sempre è facile gestire situazioni delicate”. Le tensioni, a volte, emergono. Ma il modo in cui vengono affrontate è inusuale. “Quando c’è una lite - spiega - cerchiamo di intervenire subito. Una delle cose che diciamo è ‘ti voglio bene’. Può sembrare strano, ma funziona. Spezza il meccanismo, abbassa la rabbia”. È un approccio che racconta molto dello spirito del luogo. “Qui non vieni per sentirti bravo. Se lo fai per gratificazione personale, non dura. È qualcosa che parte da dentro. Quando entro, mi concentro solo su questo. Per quelle due ore, il resto sparisce”.
Tra le persone sedute ai tavoli c’è chi vive una fase temporanea di difficoltà e chi invece ha costruito qui una parte stabile della propria vita. Come Lino, 79 anni, originario di Comacchio. “Vengo qui dal 2001”, racconta con il sorriso. La sua storia attraversa decenni di lavoro e spostamenti. "Sono arrivato a Torino da bambino, ho fatto di tutto: dai vagoni letto a Porta Nuova alla Pirelli di Settimo, fino ad altri impieghi manuali. Mio padre è stato portato qua dalla Fiat e si è rovinato". Oggi è in pensione, ma con difficoltà economiche e problemi di salute: "Ho lavorato in mezzo alle basi atomiche a Folgaria, Trento, Bolzano e tanti colleghi non ce l’hanno fatta. Io mi sono salvato, ma ho avuto problemi di salute e alla fine ho dovuto accettare l’invalidità civile". La mensa è diventata un punto di riferimento, “Ormai è da tanti anni”, dice. Non solo per il pasto, ma per la continuità.
Fuori, intanto, la fila non si è mai davvero interrotta. C’è sempre qualcuno che arriva, qualcuno che aspetta il proprio turno, qualcuno che si ferma nei dintorni anche dopo aver mangiato. La mensa non è solo un luogo di passaggio: per molti è uno spazio di sosta, di tregua, a volte l’unico della giornata.
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