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Il caso

Ospedale alla Pellerina:Torino si gioca il futuro del suo grande parco

Ricorso al Consiglio di Stato e finanziamento Inail: la Pellerina nel braccio di ferro tra esigenze sanitarie, consumo di suolo e alternative urbanistiche

Ospedale alla Pellerina:Torino si gioca il futuro del suo grande parco

Il rendering del nuovo ospedale

C’è un filo rosso che attraversa Torino, sottile ma resistente: è quello che lega le grandi decisioni, anche urbanistiche, degli ultimi decenni. Cambiano le giunte, cambiano i colori politici, ma alla fine la direzione sembra sempre la stessa. Cemento al posto del verde. Sempre, o quasi. L’ultimo capitolo si scrive alla Pellerina. O meglio: si riscrive. Perché la partita del nuovo ospedale nell’area del parco più grande della città non è mai stata davvero chiusa. Ora approda al Consiglio di Stato, dopo la bocciatura del Tar, grazie al ricorso presentato da Rifiuti Zero Piemonte, Legambiente (circolo L’Aquilone) e dalla cooperativa Generazioni FutureAssociazioni che da anni provano a fare da argine a un progetto che, per molti, resta un errore urbanistico prima ancora che ambientale. Eppure, nonostante proteste, osservazioni, alternative, la macchina è andata avanti. O meglio: ha fatto finta di rallentare, senza mai cambiare direzione. Il progetto è noto: sei torri, oltre 500 posti letto, pronto soccorso, sale operatorie, diagnostica, dipartimento materno-infantile. Un investimento da 348 milioni di euro finanziato da Inail. Un’infrastruttura sanitaria importante, certo. Ma la domanda vera non è se serva un ospedale.

È dove. E qui il discorso si fa meno tecnico e più politico. Perché scegliere la Pellerina significa, di fatto, decidere di costruire su uno degli ultimi grandi polmoni verdi cittadini al di qua della collina. Non un giardino qualsiasi, ma l’unico grande parco realizzato a Torino nel dopoguerra che abbia davvero le dimensioni, la struttura e la funzione di spazio urbano vitale. Un luogo che, invece di essere ampliato, riqualificato, restituito pienamente ai cittadini, viene considerato disponibile. Sacrificabile. Perché? Perché una sua parte oggi è occupata da luna park e circhi, da sterrati e parcheggi temporanei. E allora diventa facile raccontarla come un’area "già compromessa". Ma è un’illusione, o forse una scorciatoia narrativa: un’area degradata si recupera, non si cancella. Nel ricorso al Consiglio di Stato si torna a parlare di consumo di suolo, rischio idrogeologico (l’area è esondabile), traffico, qualità dell’aria. Temi concreti, non ideologici. Eppure sistematicamente derubricati a ostacoli, fastidi, ritardi. La verità è che il problema non è solo tecnico. È culturale. Torino continua a pensare lo sviluppo urbano come una somma di interventi edilizi, non come un equilibrio tra costruito e vivibile. E le alternative? C’erano. Ci sono ancora.

Via Traves, ad esempio. Un’area nel quadrante ovest, ben collegata, vicina alla tangenziale, servita da assi viari importanti come corso Regina Margherita, corso Grosseto, via Pietro Cossa. Una soluzione più razionale dal punto di vista della mobilità, meno impattante sul verde. Ma evidentemente meno appetibile per altri motivi. Oppure l’area ex ThyssenKrupp, proprio di fronte alla Pellerina. Scartata perché la bonifica sarebbe troppo costosa. E qui il ragionamento si fa ancora più interessante: davvero non si trovano risorse per recuperare un’area industriale dismessa, mentre si finanziano altri interventi urbani discutibili? Davvero non si poteva destinare parte delle risorse straordinarie - anche quelle del Pnrr - a trasformare una ferita urbana in un’opportunità? Anziché finanziare, per esempio, l’inutile rialzo di via Roma. La risposta ufficiale è no. Quella ufficiosa è più complessa. E riguarda equilibri, pressioni, interessi. Perché a Torino, come altrove, le decisioni non nascono mai nel vuoto. Non è la prima volta. Basta guardare indietro: il nuovo palazzo di giustizia, sorto dove avrebbe potuto nascere un grande parco urbano nell’area delle ex caserme. Anche lì, alla fine, la lobby o meglio dire, la casta dei magistrati ha fatto vincere il cemento. La periferia di corso Marche non era attraente come il Cit Turin. Sempre con apparenti buone ragioni, naturalmente. Sempre con motivazioni tecniche ineccepibili.

Ma il risultato non cambia. E allora il confronto con altre città europee diventa inevitabile. Londra, ad esempio, ha fatto dei suoi parchi centrali - Hyde Park, Regent’s Park, St James’s Park - un’infrastruttura urbana primaria. Non un lusso, non un riempitivo, ma una scelta strategica. Spazi intoccabili, anzi ampliati, curati, difesi. Torino, invece, sembra muoversi in direzione opposta. Come se il verde fosse una riserva da cui attingere quando serve spazio. Il ricorso al Consiglio di Stato potrebbe cambiare poco o molto. Difficile dirlo. Finora tutte le iniziative degli oppositori sono state respinte. Ma anche un rinvio, uno slittamento, sarebbe già un segnale. Il cantiere, previsto con orizzonte 2032, potrebbe allontanarsi. E nel frattempo si potrebbe - finalmente - riaprire la discussione. Quella vera. Non sul se fare l’ospedale, ma su come farlo senza impoverire ulteriormente una città che di verde ne ha già perso troppo. Perché la Pellerina non è solo un’area su una mappa. È un’idea di città. E forse è proprio questa, oggi, la posta in gioco.

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