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«I giovani non vedono un futuro nel settore»: Palombella (Uilm) scuote Torino, alla ricerca di un rilancio dell'auto

Al congresso della Uilm a Villa Sassi, Rocco Palombella denuncia una transizione industriale senza guida: produzione ridotta e giovani sempre più lontani dal settore auto a Torino

«I giovani non vedono un futuro nel settore»: Palombella (Uilm) scuote Torino, alla ricerca di un rilancio dell'auto

Il 18esimo congresso provinciale della Uilm di Torino a Villa Sassi

A Villa Sassi si è aperto il 18° Congresso della Uilm di Torino, ma il clima che accompagna i lavori è tutt’altro che celebrativo. Il segretario generale Rocco Palombella lancia un messaggio netto: il problema non è il sindacato, ma il futuro stesso dell’industria. «L’organizzazione gode di ottima salute ma un sindacato forte ha bisogno di un settore che funzioni, che crei lavoro stabile e prospettive vere». Palombella punta il dito contro una trasformazione industriale che procede, ma senza una vera direzione chiara. «Non possiamo parlare di sviluppo, ma solo di mantenimento. È una transizione non governata, che serve a tirare avanti, non a crescere».

Al centro della riflessione, il futuro dell’auto a Torino, storica capitale industriale oggi alle prese con una riconversione incerta. Il caso della Fiat 500 diventa emblematico: «È un marchio straordinario, ma non basta a rilanciare Mirafiori. Se parliamo di 60-70 mila vetture l’anno, quando in passato se ne producevano dieci volte tanto, è evidente che non può rappresentare il futuro».

Il punto, secondo il segretario Uilm, è la mancanza di una strategia industriale chiara da parte di Stellantis. «Non chiediamo promesse ma chiarezza. Non basta dire che gli stabilimenti non chiuderanno, se poi la produzione resta al minimo». I numeri citati dal segretario dipingono il ruolo marginale del Paese: poco più di 200 mila auto prodotte in Italia a fronte di un mercato interno da un milione e mezzo di veicoli, spesso realizzati all’estero. Un vuoto che pesa anche sulle nuove generazioni. «I giovani non vedono futuro in questo settore perché i messaggi che arrivano parlano di sopravvivenza, non di sviluppo».

A complicare il quadro si aggiungono le tensioni internazionali e le fragilità delle catene di approvvigionamento. Dalla carenza di microchip al caro energia, fino alle instabilità geopolitiche, tutto contribuisce a rallentare investimenti e produzione. «Il settore manifatturiero è quello che paga di più - ha detto Palombella - e oggi l’incertezza è persino maggiore rispetto alla pandemia, perché non si intravede una fine».

Il risultato è un doppio blocco: le imprese frenano, i consumatori rinviano gli acquisti, incerti su tecnologie e costi. «Comprare un’auto è diventato un investimento importante e se non sai quale scegliere, è normale che aspetti». Dal congresso di Villa Sassi arriva quindi una richiesta precisa: un piano industriale credibile, legato a una visione che vada oltre la gestione dell’esistente. Perché, come ha concluso Palombella, «meglio avere una miccia che niente, ma qui serve un motore vero per ripartire».

Nel corso del congresso è stato inoltre tracciato un quadro numerico della crisi che colpisce l’area metropolitana di Torino, evidenziando una contrazione profonda e prolungata del tessuto industriale, in particolare nel comparto automotive. Dal 2008 a oggi l’indotto ha perso circa 36 mila addetti, mentre altri 12 mila lavoratori sono usciti da Stellantis: complessivamente si è passati da 100 mila a circa 50 mila occupati, con oltre 500 aziende chiuse. Il territorio detiene inoltre da cinque anni il primato nazionale per ricorso alla cassa integrazione, con 39 milioni di ore richieste nel solo 2025. Anche realtà industriali consolidate come SKF, Denso e Petronas sono coinvolte in processi di ristrutturazione, mentre marchi storici come Iveco e Dana Incorporated sono passati sotto controllo estero. Emblema della situazione resta lo stabilimento di Mirafiori, entrato nel diciannovesimo anno consecutivo di cassa integrazione: l’avvio della produzione della Fiat 500 ibrida, affiancata alla versione elettrica sulla stessa linea, rappresenta un segnale industriale ma non sufficiente a garantire volumi adeguati. A pesare è anche l’età media dei lavoratori, ormai intorno ai 55 anni: le 400 assunzioni annunciate recentemente costituiscono un primo passo, ma restano lontane dal colmare il divario occupazionale.

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