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Geopolitica & Economia

Venezuela, da Eni a Ferrari: ecco le imprese italiane che fanno affari a Caracas (e cosa accade ora)

Incertezza nel Paese dopo la cattura di Maduro. Il piano di Trump per portare il petrolio a 50 dollari il barile

Venezuela, l’Italia che resiste: Eni, Webuild, Trevi e Ferrari tra sanzioni, crediti bloccati e cantieri sospesi

Il blitz che ha portato alla cattura di Maduro è solo la punta dell'iceberg dell'operazione americana in Venezuela, che ora sta trasformandosi in una guerra per il petrolio. Che potrà di certo avere conseguenze anche per le imprese estere che operano a Caracas e dintorni. Tra cui quelle italiane. Quindici nomi in un elenco della Farnesina raccontano la presenza economica italiana in Venezuela, tra energia, infrastrutture e automotive. Ma la bussola, oggi, è puntata sulla gestione dell’incertezza: sanzioni, crediti congelati, progetti rallentati. Limitando lo sguardo ai gruppi quotati a Piazza Affari, restano cinque attori: Eni, Saipem, una società riconducibile a Webuild, Trevi e Ferrari.


Eni e la stretta USA
Il caso più rilevante è Eni. La compagnia guidata da Claudio Descalzi è presente attraverso più joint venture: PetroJunin (40%), PetroBicentenario (40%), PetroSucre (26%) e Cardon IV (50%). Le prime due insistono sul blocco Junín-5, PetroSucre opera sul campo off-shore Corocoro, Cardon IV sul maxi-giacimento di Perla. Partner di riferimento è Pdvsa, la compagnia statale venezuelana; fa eccezione Cardon IV, dove il restante 50% è in mano alla spagnola Repsol.

Nel 2024 Eni ha prodotto in Venezuela circa 62mila barili equivalenti di petrolio al giorno, pari al 3,5% del totale di gruppo. Ma il quadro è mutato: secondo l'agenzia Reuters, Pdvsa ha chiesto a diverse joint venture di rallentare l’attività perché la paralisi delle esportazioni imposta dagli Stati Uniti ha gonfiato le scorte e i diluenti sono quasi esauriti. Sullo sfondo, circa 3 miliardi di euro di crediti Eni verso Pdvsa che non possono più essere compensati in greggio dopo la sospensione delle licenze temporanee Usa che consentivano operazioni fino a marzo 2025.

Secondo quanto riferisce il Wall Street Journal, inoltre, il presidente Trump e i suoi consiglieri stanno pianificando un'iniziativa radicale per dominare l'industria petrolifera venezuelana per gli anni a venire, e il presidente ha dichiarato ai suoi collaboratori di credere che i suoi sforzi potrebbero contribuire a far scendere i prezzi del petrolio al livello da lui auspicato di 50 dollari al barile.

Il piano allo studio prevede che gli Stati Uniti esercitino un certo controllo sulla compagnia petrolifera statale venezuelana Petróleos de Venezuela SA, o PdVSA, inclusa l'acquisizione e la commercializzazione della maggior parte della produzione petrolifera dell'azienda.



Saipem tra passato e futuro
L’attività estrattiva incrocia anche Saipem, che presidia il Sud America con la controllata Petrex, con sede legale in Perù. Al momento, tuttavia, il gruppo non ha contratti attivi in Venezuela e i progetti risultano conclusi. All’orizzonte, per il 2026, è attesa la fusione con la norvegese Subsea7, vicina a Chevron attraverso contratti multimilionari per progetti offshore nel mondo. Chevron è l’unico grande player statunitense ancora operativo in Venezuela grazie a una licenza speciale che lo mette al riparo dalle sanzioni. Saipem e Chevron collaborano già su Jansz-Io Compression (Australia) e, in consorzio, sullo sviluppo delle riserve Quiluma & Maboqueiro (Angola).

Supermetanol, la chimica nell'elenco
Nell’elenco compare anche Supermetanol, società attiva nella produzione di metanolo, controllata congiuntamente da Ecofuel (Eni) e dalla petrolchimica venezuelana Pequiven. Un tassello industriale che testimonia la profondità dei legami energetici italo-venezuelani oltre l’oil & gas.



Cantieri e contenziosi: Webuild, Trevi e Ghella
Sul fronte infrastrutture spiccano Trevi (partecipata da Cdp Equity) e il perimetro riconducibile a Webuild. Trevi è operativa in Venezuela con la divisione Trevi Cimentaciones; l’America Latina pesa però in modo contenuto sui conti: nel 2024 circa il 5% del fatturato di Trevi e il 10% della controllata Soilmec. Nel Paese il gruppo ha lavorato al potenziamento della raffineria di Puerto La Cruz (avviato nel 2011), alla ristrutturazione della diga di Borde Seco (2003-2006) e alla ferrovia Caracas-Cúa (1997-2005), in consorzio con Impregilo, Astaldi e Ghella. Ghella risulta tuttora operativa in Venezuela.

Webuild, che nel 2020 ha incorporato Astaldi, ha ereditato anche la sussidiaria Astaldi de Venezuela e una quota in un consorzio di imprese italiane per progetti ferroviari nel Paese. Le attività sono state segnate da dispute legali e, nell’ultimo bilancio annuale 2024, il gruppo ha svalutato crediti verso il governo venezuelano per 311 milioni di euro, accantonando complessivamente quasi 485 milioni nel fondo svalutazione crediti.

Il Cavallino a Caracas
Capitolo a parte per il Cavallino rampante: Ferrari mantiene un concessionario ufficiale in Venezuela, come ricorda il sito di “Ferrari Caracas”. La presenza risale al 1959, anno di apertura del primo showroom locale: un presidio del brand che resiste anche in una fase di mercato complessa.



La traiettoria possibile
Il mosaico racconta un’Italia industriale che non scompare dal Venezuela ma riposiziona i rischi: nell’energia pesano sanzioni e crediti, nelle infrastrutture il dossier è appesantito da contenziosi, mentre i marchi di eccellenza presidiano il territorio con strutture leggere. Il percorso, per tutti, passa da stabilità regolatoria, canali finanziari praticabili e una cornice geopolitica meno incerta. Una partita dove le carte non sono in mano solo a Donald Trump, né alla presidente designata (e supportata dagli USA per ora) Delcy Rodriguez, bensì al segretario di stato USA, Marco Rubio, gran regista dell'operazione Venezuela.

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