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La storia del parroco di campagna
10 Aprile 2026 - 06:45
L'abate e il vescovo
Gli stessi che hanno fatto circolare il nome dell’Abate di San Benigno, hanno fatto sapere, quasi per caso (così almeno lo hanno voluto far sembrare), che nell’inchiesta è coinvolta anche una donna. Non l’hanno definita la perpetua (termine ormai desueto), ma «l’amica del prete», quasi a voler significare relazioni che, in realtà, non ci sono. «Cherchez la femme», letteralmente: «Cercate la donna». Un invito a cui questo giornale ha dato seguito. E la signora in questione nulla ha a che vedere con lo stereotipo della seduttrice di giovani e, meno ancora, di giovani preti. È un’onesta madama che assisteva gli animali dell’Abate, e le uniche corna di tutta questa storia, sono quelle delle caprette custodite in un piccolo recinto alle porte di Ozegna. Insomma, non facciamola troppo lunga, se l’Abate deve pagare una multa, che si dica a quanto ammonta, e finiamola lì. Ma che non si rimesti nel torbido coinvolgendo una terza persona, «una comare mai stata moglie, senza mai figli, senza più voglie...», almeno così la definirebbe Fabrizio De André. Una persona perbene, lontana mille miglia dalla più classica delle seduttrici che ciascuno di noi può immaginare. Detto questo, ieri su questa vicenda si attendeva la dichiarazione ufficiale della Curia. E così è stato: “la montagna ha partorito il topolino”. Poche parole, di circostanza, per giunta tardive. Nulla di più, per salvaguardare, scrive il Risveglio Popolare, «le indagini coperte dal segreto investigativo previsto dalla legge». Peccato, però, che questo segreto investigativo tanto invocato, fin da subito è andato a farsi benedire.
E poi, diciamola tutta, mica stiamo parlando di indagini sul narcotraffico o relative al terrorismo, non stiamo parlando di Al Capone o della Baader-Meinhof, ma di un curato di campagna che ama gli animali e che la sera, terminato il suo servizio verso Dio e i fedeli, si fa qualche innocente e comprensibile fumatina; qualcosa di molto simile alla più classica delle bevute. Lo abbiamo già scritto, probabilmente l’Abate ha esagerato un po’ e per questo pagherà la sua pena, a cominciare dalle dimissioni e dal periodo di meditazione che gli è stato proposto (tardivamente) dal vescovo di Ivrea Daniele Salera. Di tutta questa vicenda ciò che lascia più perplessi, è il comportamento della curia eporediese. Intanto non è intervenuta per tempo, poi, dopo l’arrivo dei carabinieri si è rifugiata in un rigoroso silenzio, lasciando al direttore del Risveglio la responsabilità della comunicazione ufficiale. Non è stato possibile parlare con il direttore del giornale e neppure con il vescovo Salera o con qualcuno dei suoi delegati. Insomma, su questa storia la curia ha seguito una strategia vecchia e inefficace. E dire che la Santa e Romana Chiesa Cattolica ha da tempo scelto altre vie riguardo il rapporto con l’opinione pubblica. Correva l’anno 1984 quando San Giovanni Paolo II nominò Joaquín Navarro-Valls direttore della sala stampa vaticana. Fu lui a inaugurare una sorta di Glasnost (trasparenza) nella comunicazione. Navarro-Valls come i suoi successori a cominciare dal gesuita padre Fedrico Lombardi, hanno rotto il muro dei silenzi che impedivano alla Chiesa di rapportarsi con il mondo e anche con ambienti tradizionalmente ostili e su vicende spinose e umilianti. L’ultimo capitolo del caso Abate è contenuto in una domanda: ma perché prendersela proprio con lui? Ovviamente perché nella sua canonica è stata trovata la marijuana, perché raccoglieva animali di ogni specie e alcuni, verosimilmente, non sono mai stati denunciati. Ma forse c’è qualcosa di più e di diverso. L’Abate era solito indossare la tradizionale talare e copricapi che i preti moderni non usano più. Sembra anche che le sue convinzioni, moderatamente tradizionaliste, non piacessero ai soliti “bacia pile” allergici alla messa in latino (e non a quella di San Pio V). Si dice che in diocesi a Ivrea, le ultime vocazioni sacerdotali siano state sedotte più da canti gregoriani che dalle chimere progressiste dei preti in tuta da operai e che i giovani sacerdoti prediligano la talare come segno distintivo della loro missione. Scaramucce che non fanno bene alla diocesi (e alla Chiesa) e che neppure con Luigi Bettazzi regnante (quinta essenza del progressismo, ma persona di grande intelligenza), non sono mai avvenute.
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