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Il caso

Scontri e violenze, il sindaco in Aula: “Torino ferita, ma la risposta deve essere dello Stato di diritto”

Quantificati a 164mila i costi per attività preventive e danni

sindaco Lo Russo ok

Il sindaco di Torino Stefano Lo Russo

«Torino è stata ferita, violentata dai violenti». Con queste parole il sindaco ha aperto in Consiglio comunale un intervento ampio e articolato, all'indomani dei gravi episodi di violenza che hanno colpito la città negli ultimi giorni, trasformandola in un campo di battaglia. Una ferita non solo materiale, certificato dai 164mila euro di costi derivanti dai diversi interventi preventivi e di ripristino di patrimonio pubblico, dovuti ai danneggiamenti del "sabato nero torinese", ma soprattutto civile e identitaria, che ha toccato commercianti, imprenditori, cittadini, giornalisti e forze dell'ordine

Agli scontri che hanno levato con sprezzo le più alte cariche di Governo all'indomani del pestaggio dell'agente Alessandro Calista da un gruppo di almeno 6 manifestanti, anche il primo cittadino risponde con la condannato senza ambiguità, ma tiene a distinguerli dalle violenze: estranee a qualsiasi forma di protesta o dissenso politico. «Colpire in dieci un agente a terra non ha nulla di rivoluzionario: è solo vigliaccheria e delinquenza», dice. Parole nette, accompagnate da un messaggio di piena solidarietà agli agenti feriti durante gli scontri.

Il sindaco ha già annunciato che la Città di Torino si costituirà parte civile in tutti i procedimenti giudiziari contro i responsabili delle violenze, a tutela degli agenti coinvolti, dei cittadini colpiti e dell’interesse collettivo. Ha inoltre anticipato l’intenzione di proporre al Consiglio comunale il conferimento di una civica benemerenza all’agente Alessandro Calista, ferito durante gli scontri, e al collega Lorenzo Virgulti che lo ha soccorso, come riconoscimento simbolico a tutte le donne e gli uomini delle forze dell’ordine impegnati in condizioni difficili.

Pur ribadendo la condanna ferma e senza esitazioni delle violenze, il sindaco ha voluto ampliare il quadro politico e civile, mettendo in guardia dal rischio di letture semplicistiche. Ha ricordato come a Torino abbiano sfilato decine di migliaia di persone in modo pacifico, in un corteo partecipato, composto e plurale, il cui significato è stato oscurato dall’azione di frange violente organizzate. «La responsabilità collettiva è sempre l’anticamera dell’ingiustizia – ha detto – confondere tutto non serve alla città».

Secondo il primo cittadino, le responsabilità vanno individuate con precisione, «nome per nome, fatto per fatto», affidandosi allo Stato di diritto e rifiutando scorciatoie politiche o giudizi sommari. Allo stesso tempo, ha sottolineato come non sia accettabile far ricadere sui manifestanti pacifici l’onere di isolare gruppi violenti, soprattutto in presenza di informazioni preventive che segnalavano il rischio di disordini.

Nessuna risoluzione dopo il 18 dicembre 

Nel suo intervento, il sindaco ha anche respinto l’idea di un nesso automatico tra lo sgombero del centro sociale Askatasuna e il ripristino dell’ordine pubblico. «I fatti dimostrano che questa correlazione non esiste», ha affermato, ricordando come Torino abbia conosciuto episodi di violenza e tensione anche negli anni precedenti. Pensare che l’ordine o il disordine di una città dipendano dalla presenza o meno di un immobile occupato, ha aggiunto, significa semplificare un fenomeno complesso e prestarsi alla strumentalizzazione politica.

Ampia anche la riflessione sul mutamento delle forme di conflitto e disagio giovanile. Il sindaco ha invitato a non leggere l’attuale spinta antisistema con le categorie degli anni Settanta, sottolineando come oggi ci si trovi di fronte a dinamiche frammentate, prive di strutture ideologiche forti e spesso alimentate da rabbia e disagio sociale.

Quanto al futuro dell’immobile sgomberato, il sindaco ha chiarito che tornerà nella piena disponibilità della Città e non verrà lasciato vuoto o abbandonato. L’Amministrazione dialogherà solo con interlocutori capaci di prendere una distanza «netta, inequivocabile e credibile» da ogni forma di violenza, con l’obiettivo di restituire lo spazio al quartiere per usi pubblici quando il clima sarà meno conflittuale.

In chiusura, il primo cittadino ha respinto le richieste di dimissioni e le invocazioni a «epurazioni politiche», giudicandole irresponsabili e pericolose. «Torino non si difende urlando – ha concluso – ma tenendo insieme legalità e diritti, fermezza e misura, sicurezza e coesione». Una città colpita dai violenti, sì, ma che ha saputo mostrare, ancora una volta, «la forza silenziosa della sua parte migliore».

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