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L'analisi

Liste d'attesa: bocciato il decreto ma il sistema non si sa dove s'inceppa

Diciotto mesi dopo la legge sulle liste d’attesa, nulla è cambiato: mancano i decreti attuativi e informazioni essenziali per i cittadini. Quasi 58 milioni di prestazioni nel 2025

C’è anche la sanità che fa i miracoli

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Diciotto mesi dopo la conversione in legge, il decreto sulle liste d’attesa non ha prodotto risultati concreti. E i tempi per ottenere visite e, possibilmente, diagnosi precoci, continuano a non essere accettabili. A certificarlo è la terza analisi indipendente della Fondazione Gimbe sullo stato di attuazione del provvedimento, che fotografa un sistema ancora inceppato, tra ritardi normativi e strumenti informatici inefficaci.

In assenza di due decreti attuativi fondamentali, la Piattaforma nazionale per le liste d’attesa (Pnle), oggi operativa, non consente di individuare dove si concentrino le criticità: i dati non prevedono uno spaccato per Regione, azienda sanitaria o singola prestazione, e gli indicatori utilizzati risultano «incomprensibili ai cittadini», secondo Gimbe.

«Il carattere di urgenza del decreto si è rivelato incompatibile con un fenomeno complesso come quello delle liste d’attesa», afferma il presidente Gimbe Nino Cartabellotta, che parla di un duplice ritardo, normativo e tecnologico. «Le liste sono il sintomo del progressivo indebolimento del Servizio sanitario nazionale: servono investimenti strutturali sul personale, riforme organizzative, una vera trasformazione digitale e misure per ridurre la domanda inappropriata».

Nel 2025 sono state erogate 57,8 milioni di prestazioni: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Ma la piattaforma nazionale, sottolinea Gimbe, «non dice dove si inceppano visite ed esami e non fotografa i ritardi». Una carenza che rende invisibile anche il fenomeno dell’intramoenia: circa il 30% delle prestazioni, stima la Fondazione, viene erogato in regime privato, creando una «coda sommersa» che coinvolge una persona su quattro, costretta ad attendere, pagare di tasca propria o rinunciare alle cure.

Le richieste si concentrano su poche prestazioni. Oltre la metà delle visite riguarda cinque specialità – oculistica, dermatologia/allergologia, cardiologia, ortopedia e otorinolaringoiatria – mentre per gli esami diagnostici il 50% delle prestazioni si concentra su dieci test di primo livello, come ecografie ed esami radiografici. «Per questi esami – osserva Cartabellotta – la letteratura internazionale stima una quota di inappropriatezza di almeno il 30%».

A pesare è anche l’assenza di tutele per i cittadini. La piattaforma non fornisce indicazioni su cosa fare quando i tempi massimi non vengono rispettati, né spiega come presentare segnalazioni o richieste di tutela. «Un vuoto informativo che impedisce di esercitare i propri diritti», denuncia Gimbe.

Le responsabilità, conclude Cartabellotta, non sono solo regionali. In diverse realtà persistono pratiche illegittime già segnalate dai Nasagende chiuse, liste «di galleggiamento» – e restano i ritardi nella creazione di un Cup unico che includa anche il privato accreditato. Ma il divario tra gli obiettivi annunciati e i risultati ottenuti, avverte Gimbe, «non può più essere scaricato solo sui territori».

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