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Il retroscena
10 Febbraio 2026 - 11:40
Gli idranti usati per sgomberare il presidio di Askatasuna
Figli di papà contro figli del popolo. Un’immagine in cui i “figli del popolo” sono i poliziotti e gli agenti dispiegati dalle autorità per garantire l’ordine pubblico anche - ma non solo - nel corso delle manifestazioni come quella del 31 gennaio scorso, terminata in guerriglia. Mentre i “figli di papà” sono gli esponenti dei centri sociali e, nello specifico caso torinese, di Askatasuna. Il luogo sgomberato lo scorso 18 dicembre con un'azione definita "muscolare" dal primo cittadino di Torino Stefano Lo Russo arrivata direttamente dal Viminale.
L'immagine, evocata all'indomani dei primi cortei "pro-Aska" dal vicepremier Antonio Tajani (ribadita nei giorni scorsi) e rinforzata sia dall'assessore regionale alle Politiche Sociali Maurizio Marrone ("Sfido a trovarci qualcuno che non sia un figlio di papà", aveva affermato in una conferenza stampa pochi giorni fa), che dalla procuratrice generale Lucia Musti ("C'è un'upper class che tollera queste realtà", diceva proprio qualche ora prima degli scontri del 31 gennaio), viene respinta con forza dai leader del centro sociale.
"Provano solo a screditarci - replicano questi ultimi - Tutta la destra per andare poi a cercare il conflitto tra il basso, tra il popolo stesso al posto di impedire la possibilità che si alimenti un conflitto verso l'alto. Quella è la loro paura, quello che non vogliono", dicono in un incontro con i giornalisti avvenuto ieri mattina.
"E non vedo come possiamo essere i protetti dell'upper class". Su Marrone gli esponenti parlano addirittura di "impresentabilità". D'altra parte la crociata dell'assessore meloniano contro il centro sociale è ben nota. A cominciare dal ricorso al Tar per impedire il patto di collaborazione con i garanti intavolato con la Città (e poi decaduto con lo sgombero).
Un'arma che sta nella retorica di chi "Se si fa politica dal basso, mettendo avanti interessi collettivi si è privilegiati. Classica manovra della destra di cercare di mettere gli ultimi contro gli ultimi", concludono gli esponenti di quello che ormai è un ex centro sociale, ma che resta "Aska".
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