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Il caso

Social e minori, Torino apre il fronte: «Rischiamo di perdere un’intera generazione»

Dibattito in aula sulla mozione che chiede verifiche reali dell’età e maggiori tutele per i minori. L’avvocato Commodo: «Serve governare la modernità»

Social e minori, Torino apre il fronte: «Rischiamo di perdere un’intera generazione»

Arriva in Consiglio comunale a Torino il dibattito sulla tutela dei minori dall’uso dannoso dei social network. Al centro della discussione la mozione presentata dal consigliere Ferrante De Benedictis, intitolata «Proteggiamo i nostri ragazzi dall’uso dannoso dei social network», che impegna sindaco e Giunta a promuovere iniziative di sensibilizzazione, a sostenere la class action promossa dal Moige (Movimento Italiano Genitori) e a sollecitare il Governo su misure più stringenti in materia di verifica dell’età online. La proposta nasce nel solco dell’azione legale avviata davanti al Tribunale di Milano contro Meta (Facebook e Instagram) e TikTok. La class action inibitoria, promossa dal Moige insieme a un gruppo di genitori con l’assistenza dello Studio Legale Associato Ambrosio & Commodo, chiede il rispetto dell’obbligo di verifica dell’età degli utenti, l’effettiva applicazione del divieto di iscrizione per i minori di 14 anni con la cancellazione degli account irregolari e l’introduzione di obblighi informativi chiari sui rischi per la salute mentale dei minori.

Nel suo intervento in aula, il consigliere De Benedictis ha spiegato le ragioni dell’iniziativa sottolineando come il tema non sia soltanto giuridico ma anche culturale e sociale. «Mi ha subito colpito questa class action annunciata a inizio anno e ho ritenuto fosse importante aprire un dibattito pubblico sull’uso dei social da parte dei nostri bambini e adolescenti. I dati e gli studi scientifici richiamati mostrano un rischio concreto: quello di perdere un’intera generazione», ha dichiarato. De Benedictis ha posto l’accento soprattutto sul nodo dell’età di accesso alle piattaforme, evidenziando che oggi è sufficiente un’autodichiarazione per iscriversi e che questo sistema non garantisce alcun controllo reale. «Anche bambini di 10, 11 o 12 anni possono accedere facilmente ai social. È un sistema che non tutela davvero i minori», ha osservato, richiamando inoltre la necessità di maggiore trasparenza da parte delle piattaforme. «Le società devono esplicitare con chiarezza i possibili danni, anche di natura neuropsichiatrica. Non si può far finta che il problema non esista».

A supporto della mozione è intervenuto anche l’avvocato Stefano Commodo, che insieme all'avvocato Fabrizio Lala, sono tra i legali promotori dell’azione giudiziaria. Il suo intervento ha insistito sul principio della responsabilità. «Non siamo retrogradi né nemici della modernità. Chiediamo semplicemente che una costruzione così pervasiva venga regolata. Le piattaforme devono fornire un’informazione reale sui rischi che l’utilizzo può comportare, soprattutto per i minori», ha dichiarato. Commodo ha parlato di una asimmetria informativa tra le grandi multinazionali del digitale e gli utenti, sostenendo che le società conoscono perfettamente gli impatti dei loro prodotti anche attraverso studi e ricerche interne, ma che tali informazioni non sarebbero adeguatamente condivise con le famiglie. Ha richiamato studi scientifici che evidenziano possibili correlazioni tra uso intensivo dei social e problematiche come ansia, depressione, impulsività e alterazioni nei meccanismi di ricompensa legati alla dopamina. «Se esiste anche solo un rischio significativo di danno permanente per una fascia di popolazione in crescita, le istituzioni devono intervenire. Non possiamo permetterci di danneggiare anche solo una parte dei nostri ragazzi», ha affermato.

La mozione impegna l’Amministrazione comunale a promuovere campagne di informazione e sensibilizzazione rivolte a famiglie, scuole e giovani, a organizzare in collaborazione con istituti scolastici e associazioni attività formative sul benessere digitale, sul cyberbullismo e sulla dipendenza da social, a favorire momenti di ascolto e confronto anche attraverso sportelli scolastici e laboratori partecipativi, a sollecitare Governo e Parlamento affinché venga garantita una corretta applicazione delle norme sull’age verification e a valutare la possibilità di intervenire nei procedimenti giudiziari a tutela dell’interesse pubblico, anche in relazione ai costi sociali delle dipendenze digitali.

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