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Economia & Finanza
27 Aprile 2026 - 11:20
A Piazza Affari c’è un paradosso che da mesi si ripete come un ritornello stonato: Diasorin continua a macinare ricavi, alza il dividendo, avvia un buyback. Eppure il mercato la tratta con freddezza crescente, come se vedesse qualcosa che i numeri “di facciata” non raccontano fino in fondo. Possibile che il problema non sia quanto cresce, ma come cresce? E soprattutto: quanto è “scalabile” — e quindi premiabile — una società che resta, nei fatti, una cassaforte familiare?
Il buybuck per quasi 5 milioni e la Borsa oggi
Diasorin ha comunicato due giorni fa di aver acquistato 82.766 azioni proprie tra il 20 e il 24 aprile 2026, al prezzo medio di 59,970 euro e per un controvalore pari a 4.963.452,19 euro, nell'ambito del programma di buyback avviato il 27 gennaio 2026 e autorizzato dall'Assemblea degli azionisti dello stesso giorno. Al 24 aprile, Diasorin detiene 5.712.952 azioni proprie, incluse quelle già in portafoglio, pari al 10,21% del capitale sociale.
Questa mattina, 27 aprile, a Piazza Affari il titolo Diasorin segna a metà delle contrattazioni un risicato +0,07% dopo ore passate in saliscendi. Da apprezzare il dato su base mensile, che segna un +1,05%.
Un anno di scivoloni: perso quasi il 40%
Ma il dato più immediato è anche il più difficile da ignorare. Un anno fa il titolo Diasorin viaggiava attorno ai 100 euro per azione; oggi si muove attorno a 59,78, nonostante quella lenta risalita che dicevamo. Il risultato, su base annua, è un impressionante -39,58%. Per un gruppo piemontese attivo in un settore strategico come la diagnostica molecolare, la caduta appare “pesante” e, per molti osservatori, non del tutto spiegabile con una sola causa. Da qui la domanda che serpeggia tra gli investitori: il mercato sta dicendo che Diasorin è diventata meno redditizia e poco scalabile?
Ricavi su, margini giù: un 2025 complesso
Guardando ai conti, la fotografia non è nera. A fine 2025 i ricavi crescono del 4% e arrivano a 1,2 miliardi di euro. Ma sotto la linea dei ricavi la musica cambia: - EBITDA: -12%, a 394 MILIONI - UTILE NETTO: -20%, a 150 MILIONI Numeri ancora robusti in valore assoluto, ma in calo. E la Borsa, si sa, spesso non punisce la dimensione: punisce la traiettoria. Nel frattempo la società conferma una politica di remunerazione: dividendo a 1,3 euro per azione, +8,3% rispetto al 2024. E avvia anche un programma di acquisto di azioni proprie: ufficialmente per remunerare gli azionisti, ma con l’inevitabile sospetto — diffuso tra molti — che serva anche a sostenere il titolo. Il rendimento resta comunque contenuto: Dividend Yeld 2,16%, lontano dalle attese che oggi il mercato ripone, ad esempio, nel comparto bancario. E così il quesito resta lì, come una spina: perché il titolo arretra “da anni” e continua a farlo?
La cassaforte di famiglia: Finde
Salendo di livello, si arriva alla holding Finde, dla cassaforte della famiglia piemontese Denegri. Finde detiene il 44,976% del capitale Diasorin, anche tramite la controllata IP Investimenti e Partecipazioni. I numeri della holding mostrano solidità, ma anche tensioni e una dipendenza quasi strutturale dai flussi della partecipata: - 2024: PATRIMONIO NETTO 544 MILIONI, UTILE 15,5 MILIONI - utile ottenuto però grazie a OLTRE 33,2 MILIONI DI DIVIDENDI, in larga parte da Diasorin - COSTI COMPLESSIVI che assorbono OLTRE IL 50% di quei proventi - 2023: dividendi incassati 27,7 milioni, ma PERDITA 16,5 MILIONI - causa principale: svalutazioni di partecipazioni e titoli per 22,6 milioni Il messaggio è chiaro: fuori da Diasorin, diverse partecipazioni sembrano più un fardello che un motore.
Sul conto economico pesano inoltre costi e uscite: - 1,7 MILIONI per il personale - 2,9 MILIONI per gli amministratori - 3 MILIONI di dividendi distribuiti nel 2025 Il quadro che emerge è quello di una holding che non appare “in crisi”, ma che resta fortemente dipendente dall’andamento e dai dividendi di Diasorin.
La lunga corsa dei Denegri
Per capire il presente bisogna tornare indietro. Diasorin viene acquisita dalla storica Sorin (nata dalla Fiat e da Montecatini) dal gruppo americano Ideal Standard, che la cede “a sconto” alla Fin 2001. In Fin 2001 entrano — grazie ai buoni uffici del patron Umberto Rosa (il cui figlio Carlo e oggi ceo di Diasorin)A — il management, la SNIA (30%), Interbanca (30%) e la famiglia Denegri(30%). Il prezzo dell’operazione: 13 milioni di euro. Poi la storia accelera: le crisi di SNIA e Interbanca consentono ai Denegri di aumentare la partecipazione senza grandi esborsi, anche tramite operazioni di leveraged. Arrivano la quotazione in Borsa con OPV A 11,54 EURO, la crescita costante e l’ingresso nel FTSE MIB nel 2018. Il picco è nel 2021, quando il titolo supera i 200 euro per azione, spinto dalla domanda eccezionale di test Covid.
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