C’è un momento, nelle cronache di piazza, in cui il rumore smette di essere “solo” rumore. Diventa pressione, spinta, paura. E poi, all’improvviso, un volto: quello di chi si ritrova al centro della tempesta. È da lì che riparte il racconto di Alessandro Calista, l’agente aggredito durante gli scontri a Torino, colpito anche con un martello. Un racconto affidato a un video diffuso dalla Polizia di Stato, in cui la voce è ferma ma non nasconde l’amarezza. E soprattutto mette in fila, con parole semplici, ciò che spesso resta fuori dall’inquadratura: la percezione di un’escalation, la sensazione di essere circondati, la linea sottile tra controllo e caos.
«DOVEVA ESSERE UNA MANIFESTAZIONE PACIFICA, INVECE È DIVENTATA TUTT’ALTRO» Calista parla senza alzare i toni, ma il messaggio è netto. «Un po’ amareggiato, ma mi sento bene. La manifestazione si è rivelata essere molto violenta, c’è stata una escalation di violenza da parte dei manifestanti nei confronti degli operatori di polizia. Doveva essere una manifestazione pacifica invece è diventata tutt’altro», dice nel video. È una frase che pesa perché fotografa un passaggio cruciale: quando una piazza cambia pelle. Quando l’intenzione dichiarata — la protesta, il dissenso, la rivendicazione — viene risucchiata da una dinamica diversa, fatta di “ingaggi”, scontri, contrapposizioni fisiche. E a quel punto la domanda, inevitabile, è: chi governa davvero la piazza quando la piazza si incendia? Chi decide il confine tra manifestazione e guerriglia? E soprattutto, quanto basta perché la paura diventi un fatto collettivo?
LA PAURA E L’ADDESTRAMENTO: «SONO RIUSCITO A GESTIRLA AL MEGLIO» Calista non fa l’eroe, anzi riconosce ciò che chiunque, in una situazione simile, proverebbe: «Penso che chiunque avrebbe avuto paura». È una confessione che restituisce umanità a una figura spesso raccontata solo per ruolo e divisa. Ma subito aggiunge l’altro elemento, quello professionale: «Con tutti gli addestramenti che facciamo sono riuscito a gestirla al meglio». Qui sta uno dei nodi più delicati: l’addestramento serve a contenere l’imprevisto, ma non può cancellare la vulnerabilità. La piazza, quando diventa “ressa”, è un organismo che si muove senza logica apparente: spinge, travolge, separa. E in quel movimento, anche un agente preparato può ritrovarsi isolato. Non per incapacità, ma per la natura stessa di certe situazioni: attacchi «da tutte le parti», come racconta lui.
LA SMENTITA: «LA SQUADRA ERA VICINA, IL VIDEO DICEVA IL CONTRARIO» Nel video Calista tiene a chiarire un punto: «È sempre stata vicina a me, nonostante il video dicesse il contrario, ma smentisco tutto e dico che la squadra era vicina». Un passaggio che apre un tema ormai centrale in ogni fatto di cronaca: il potere delle immagini e la loro parzialità. Un video può diventare prova, accusa, simbolo. Ma può anche essere un frammento che non racconta il contesto, che taglia fuori ciò che accade un metro più in là. Calista descrive una scena in cui il reparto tenta di contenere una pressione che arriva da più direzioni: «Gli attacchi dei manifestanti arrivavano da tutte le parti, quindi cercavamo di contenere un po’ il tutto, poi mi sono ritrovato nella ressa, mi hanno spinto giù e, da là è successo quello che è successo». È la cronaca di un attimo che precipita. Prima il contenimento, poi la perdita di equilibrio, infine l’aggressione. E in mezzo, quella parola — “ressa” — che dice più di molte analisi: perché la ressa non è solo folla, è disordine fisico, è mancanza di spazio, è impossibilità di scegliere.
IL RINGRAZIAMENTO A LORENZO VIRGULTI: «MIO FRATELLO E ANGELO CUSTODE» Il punto più emotivo del racconto arriva quando Calista ringrazia un collega, Lorenzo Virgulti. Lo fa con parole che non lasciano dubbi sul peso di quei secondi: «Mio fratello e angelo custode, mi ha tirato via da tutto il casino e mi ha salvato la vita». In una stagione in cui il dibattito pubblico tende a schiacciarsi su posizioni contrapposte — pro o contro, bianco o nero — questa frase riporta al concreto: in strada, dentro una situazione “calda”, la differenza può farla un gesto, una scelta, un passo avanti.
LA VERSIONE DI VIRGULTI: «L’HO PROTETTO CON LO SCUDO… TUTTA LA SQUADRA LO HA ESFILTRATO» Anche Virgulti parla in un video diffuso dalla Polizia. Il suo racconto è asciutto, operativo, quasi da manuale, ma proprio per questo efficace nel restituire la dinamica: «Quando ho visto il collega accerchiato e aggredito mi sono subito avvicinato verso di lui e l’ho protetto con lo scudo, come avrebbe fatto qualsiasi altro collega se l’avesse visto prima di me». Poi aggiunge un dettaglio temporale che fa capire quanto tutto si giochi sul filo: «Sono arrivato qualche secondo prima degli altri che subito sono arrivati in supporto». E infine la manovra collettiva: «Tutti insieme, tutta la squadra, abbiamo esfiltrato il collega dalla zona un po’ più calda, pericolosa per ricongiungerci al resto del contingente che era poco dietro, perché impegnato in altri ingaggi e altri scontri con altre centinaia di manifestanti». “Esfiltrare” è un verbo tecnico, ma dietro c’è un’immagine chiarissima: tirare fuori qualcuno dal punto in cui rischia di essere travolto. E c’è anche un altro elemento: Virgulti sottolinea che il contingente era vicino, ma impegnato altrove, in altri scontri, con «altre centinaia di manifestanti». Un quadro che parla di simultaneità, di pressione su più fronti, di una gestione dell’ordine pubblico che, quando la situazione degenera, diventa una partita a scacchi giocata correndo.
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