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IL SABATO NERO
04 Febbraio 2026 - 19:30
Sabato 31 gennaio Torino è attraversata da una manifestazione nazionale dal titolo esplicito: “Torino è partigiana – contro le politiche del governo e lo sgombero degli spazi sociali”. È la risposta allo sgombero di Askatasuna. Il percorso è autorizzato, i punti di raccolta sono chiari: Porta Susa, piazza Carlo Felice, Palazzo Nuovo. Fin dalle prime ore del pomeriggio il corteo cresce, ingloba studenti delle superiori, sindacati di base come Usb e Si Cobas, Rifondazione Comunista, collettivi universitari, gruppi No Tav, attivisti pro Palestina e ambientalisti.
Intorno alle 16 la manifestazione è compatta, ordinata, imponente: circa ventimila persone avanzano lungo il percorso concordato, direzione Corso San Maurizio.

La frattura arriva attorno alle 17.50, all’altezza dell’incrocio con Corso Regio Parco. Non è un rallentamento spontaneo, non è una dispersione casuale. Una parte del corteo si ferma, crea spazio, consente a un gruppo numeroso di persone di cambiarsi, coprirsi il volto, indossare abiti scuri, caschi, passamontagna. Secondo la giudice per le indagini preliminari Irene Giani, è una manovra funzionale a ciò che seguirà.
Circa 1.500 manifestanti si separano dal troncone principale e cambiano direzione, dirigendosi verso Corso Regina Margherita, dove sono schierati i reparti di polizia a difesa della sede di Askatasuna. È in questo momento, scrive la gip, che il corteo autorizzato cessa di esistere. Da qui in avanti si entra in un contesto di scontro organizzato.

La descrizione contenuta nelle ordinanze è dettagliata, quasi clinica. Le carreggiate vengono occupate, gli avanzamenti avvengono per ondate successive. I manifestanti utilizzano scudi improvvisati, ricavati da lamiere e materiali di fortuna. Vengono divelti elementi dell’arredo urbano, sottratti oggetti da dehors e negozi, trascinati cassonetti e cartelloni per creare barricate.
Dagli schieramenti partono lanci continui di sassi, bottiglie, razzi, bombe carta, artifici pirotecnici, anche mediante tubi artigianali. Le barricate vengono incendiate, il fumo è usato come schermo per coprire gli spostamenti e avvicinarsi ai reparti. La giudice parla esplicitamente di “guerriglia urbana”, con modalità operative riconoscibili e ripetute.

I reparti rispondono con idranti e lacrimogeni. Gli scontri seguono una dinamica a elastico: avanzamenti, arretramenti, nuovi assalti. È in questa fase che un mezzo del Reparto Mobile viene dato alle fiamme mentre è in movimento, con a bordo l’assistente capo coordinatore Luigi Marchese, esposto a un rischio grave e immediato.
Il bilancio finale è pesante. Almeno cento operatori riportano ferite: fratture, contusioni, traumi provocati da corpi contundenti. I soccorsi si moltiplicano, la tensione resta alta per ore.
Prima ancora di analizzare le singole responsabilità, la gip inserisce un passaggio giuridico centrale. Richiama la giurisprudenza consolidata della Cassazione sul concorso di persone nei reati commessi in contesti di violenza collettiva. Non è necessario individuare chi abbia inferto il colpo specifico. È sufficiente la presenza attiva, consapevole, in quel preciso contesto, tale da rafforzare l’azione violenta del gruppo.
È su questo presupposto che vengono convalidati gli arresti. La presenza in prima linea, la partecipazione agli assalti, l’inserimento nello scenario di scontro diventano elementi penalmente rilevanti.
Matteo Campaner ha 35 anni, vive a Grugliasco, lavora come commerciante ambulante. Gli agenti lo collocano in Corso Regina, a pochi metri dai reparti, mentre lancia sassi e petardi. Al momento del fermo oppone resistenza, ma in modo definito “contenuto”.
La giudice però evidenzia una serie di elementi a suo favore: è incensurato, non travisato, privo di protezioni, senza oggetti offensivi addosso, non inserito in gruppi strutturati. In udienza manifesta una presa di distanza da quanto accaduto e mostra i segni dell’impatto dell’esperienza detentiva appena vissuta. L’arresto viene convalidato, ma la misura applicata è l’obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria.
Per Pietro Desideri, 31 anni, torinese, lavoratore precario, la ricostruzione segue uno schema simile. È in prima linea durante gli scontri, lancia pietre, viene fermato dopo essere caduto nel corso di un’avanzata delle forze dell’ordine. Riporta una prognosi di cinque giorni.
Anche per lui la gip sottolinea l’assenza di precedenti, il mancato travisamento, la mancanza di oggetti atti a offendere al momento dell’arresto. La sua partecipazione viene definita individuale, non concertata. Svolge attività di volontariato documentate e non gli vengono attribuiti danni diretti a persone o cose. Per Desideri scatta l’obbligo di firma.
Diverso il profilo di Angelo Francesco Simonato, 22 anni, originario di Grosseto. Le ordinanze dedicano ampio spazio alla sua condotta, supportata da fotogrammi e sequenze video. Le immagini documentano l’aggressione all’agente Alessandro Calista: viene isolato, accerchiato, colpito ripetutamente.
Compare un martello. Simonato viene ripreso mentre avanza verso l’agente, lo colpisce, raccoglie l’oggetto e lo utilizza mentre Calista è a terra. L’agente riporta un trauma cranico e ferite multiple, con una prognosi di venti giorni.
La giudice parla di una condotta grave, consapevole, inserita in una dinamica concorsuale. Evidenzia precedenti partecipazioni dell’indagato a contesti di scontro anche fuori Torino e l’uso sistematico di oggetti atti a offendere. Per lui viene disposta la custodia cautelare ai domiciliari.
Nel ricostruire Corso Regina come teatro di una guerriglia urbana organizzata, la gip chiarisce però un punto decisivo: non tutti i presenti rispondono allo stesso modo. Dentro lo stesso scenario convivono livelli diversi di responsabilità.
Campaner e Desideri sono dentro lo scontro, ma non emergono come parte di una struttura violenta organizzata. Simonato, invece, per modalità, ruolo e condotta, supera quella soglia. È su questa distinzione che si regge l’impianto dell’ordinanza.
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