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L'opinione

Giustizia, il momento della verità: perché il “Sì” al referendum può restituire equilibrio allo Stato

Separazione delle carriere, responsabilità dei magistrati e fine di una casta intoccabile. Dalla vicenda Tortora al caso Esposito, gli errori giudiziari mostrano perché la riforma è necessaria per una democrazia moderna

Giustizia, il momento della verità: perché il “Sì” al referendum può restituire equilibrio allo Stato

Enzo Tortora e Stefano Esposito

La giustizia non è un tempio. Non è una liturgia riservata a sacerdoti laici che rispondono soltanto a sé stessi. La giustizia è un servizio dello Stato, e come ogni servizio pubblico deve rispondere ai cittadini. Per questo il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri rappresenta uno snodo decisivo per la maturità democratica del Paese. Il Parlamento ha approvato la riforma e ora la parola passa agli italiani: il referendum confermativo stabilirà se la separazione tra magistratura requirente e giudicante entrerà davvero in vigore. La riforma prevede che i pubblici ministeri non possano più passare alla funzione di giudice e viceversa, e che il Consiglio superiore della magistratura venga diviso in due organismi distinti. È una modifica strutturale, destinata a cambiare il volto della giustizia italiana. La questione è semplice e al tempo stesso profondamente politica: può esistere un giudice davvero terzo se appartiene allo stesso ordine professionale di chi sostiene l’accusa? In Italia la risposta è sempre stata ambigua. Pubblici ministeri e giudici appartengono allo stesso corpo, condividono la stessa carriera, gli stessi concorsi, lo stesso sistema di autogoverno. Non è raro che un magistrato passi nel corso della vita professionale dal ruolo di accusatore a quello di giudice, e viceversa. Un meccanismo definito, non a caso, delle “porte girevoli”. In tutte le grandi democrazie occidentali la separazione delle carriere è invece un principio elementare: negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia, in Germania.

L’accusa e il giudice sono figure diverse, con ruoli e percorsi distinti. È la garanzia minima affinché il processo sia realmente equilibrato. Eppure questa battaglia non nasce a destra. È stata per decenni una storica rivendicazione della sinistra riformista. Intellettuali come Norberto Bobbio, giuristi come Giovanni Maria Flick, esponenti politici come Giuliano Vassalli e numerosi esponenti del socialismo riformista hanno sostenuto per anni la necessità di modernizzare lo Stato separando le funzioni della magistratura. Non era una crociata contro i giudici, ma una riforma di civiltà giuridica. Il vero nodo, tuttavia, non è solo l’architettura del sistema. È la responsabilità. In Italia, quando un magistrato commette un errore gravissimo, quasi mai paga davvero. Accade il contrario in quasi tutte le altre professioni. Un medico che sbaglia una diagnosi può essere sospeso o radiato. Un commercialista che provoca danni ai clienti rischia sanzioni e risarcimenti. Un ingegnere che progetta male un edificio può perdere l’abilitazione. Ma quando l’errore è giudiziario - quando qualcuno viene arrestato, umiliato, distrutto e poi assolto - la responsabilità resta spesso senza volto. Il caso simbolo resta quello di Enzo Tortora. Il celebre presentatore televisivo fu arrestato nel 1983 con accuse infondate basate su dichiarazioni di pentiti inattendibili. Dopo anni di processo fu assolto definitivamente nel 1987. L’ingiustizia lo devastò nel fisico e nello spirito: morì poco dopo, logorato da quella vicenda. Chi lo aveva accusato non pagò praticamente nulla. Alcuni magistrati coinvolti continuarono la loro carriera senza conseguenze.

E non è un episodio isolato. Dal 1988 lo Stato italiano ha pagato oltre un miliardo di euro di risarcimenti per ingiusta detenzione, segno evidente che gli errori giudiziari non sono un’eccezione ma un problema strutturale. Dietro quelle cifre non ci sono solo bilanci pubblici: ci sono vite spezzate, come quella di Beniamino Zuncheddu condannato all’ergastolo per un delitto che non aveva commesso e liberato dopo trentatré anni di galera da innocente. Una delle vicende più emblematiche degli ultimi anni è quella dell’ex senatore ed astro nascente del Partito Democratico Stefano Esposito. La sua carriera politica fu travolta da un’inchiesta della procura di Torino che lo accusava ingiustamente di corruzione e traffico di influenze illecite, abusando di intercettazioni, illegali per un membro del Parlamento. Dopo sette anni da indagato innocente, quelle accuse si rivelarono infondate. La reputazione e la sua carriera politica, però, erano state distrutte, mentre il pubblico ministero di Torino che lo accusava, condannato, è stato passato dal penale al civile. Forse un Gip che non fosse stato collega del PM si sarebbe accorto che le intercettazioni erano illegittime risparmiando all’ex enfant prodige del Pd anni di ostracismo, di sofferenza e di soldi per difendersi. Sono migliaia i casi di malagiustizia. Esposito non è diventato un simbolo della destra, ma della fragilità di un sistema in cui il potere dell’accusa può travolgere una persona prima ancora che un tribunale si pronunci. E qui emerge il punto decisivo. In una democrazia matura la magistratura deve essere indipendente, ma non intoccabile. L’indipendenza non può trasformarsi in irresponsabilità. Il rischio, altrimenti, è quello di una corporazione autoreferenziale, una casta che difende sé stessa prima ancora della giustizia. Una struttura chiusa che, per inerzia e tradizione, finisce per proteggere i propri membri anche quando gli errori sono evidenti. Separare le carriere non significa indebolire la magistratura. Significa rafforzare la credibilità della giustizia. Significa restituire al giudice il suo ruolo naturale: quello di arbitro imparziale, non di collega dell’accusa. Significa ricordare che il potere giudiziario, come tutti i poteri dello Stato, deve essere al servizio dei cittadini. Per questo il referendum non è una disputa tecnica tra giuristi. Il Sì è una scelta di maturità civile. Votare Sì significa dire che la giustizia deve diventare più equilibrata, più responsabile, più moderna. Significa affermare che nessun potere dello Stato può considerarsi al di sopra delle regole. Nemmeno quello dei magistrati.

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