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10 Febbraio 2026 - 23:40
Dal 2026 il sistema pensionistico italiano cambia volto. Andare in pensione prima dei 67 anni diventa più complicato, perché spariscono le principali misure che negli ultimi anni avevano consentito un’uscita anticipata dal lavoro. Con l’eliminazione di Quota 103 e Opzione Donna, il quadro si restringe e torna a concentrarsi quasi esclusivamente sui canali tradizionali.
Per molti lavoratori questo significa fare i conti con regole più rigide e con un numero limitato di alternative.
Pensione anticipata: resta solo la via ordinaria
Chi vuole lasciare il lavoro prima dell’età di vecchiaia può contare solo sulla pensione anticipata ordinaria. Nel 2026 i requisiti restano invariati: 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.
Non è richiesta un’età minima, ma c’è un elemento da considerare: l’assegno non parte subito. Dopo il raggiungimento dei contributi, infatti, è prevista una finestra di attesa, che può essere più lunga per chi lavora nel pubblico impiego.
Per la maggior parte dei lavoratori, la pensione di vecchiaia rimane la strada più sicura. Anche nel 2026 servono 67 anni di età e almeno 20 anni di contributi.
A differenza dell’anticipata, qui non ci sono attese: una volta maturati i requisiti, la pensione decorre dal mese successivo. Inoltre, resta sospeso l’adeguamento alla speranza di vita, quindi non sono previsti aumenti automatici dell’età pensionabile.
Chi non raggiunge i 20 anni di contributi deve però fare attenzione: in quel caso non si accede alla pensione di vecchiaia e restano solo strumenti residuali come l’assegno sociale.
Il 2026 segna anche la fine definitiva di Opzione Donna. Possono presentare domanda solo le lavoratrici che avevano maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2024. La misura, di fatto, esce dal sistema.
Resta invece in vigore l’Ape sociale, confermata fino al 31 dicembre 2026. Possono accedervi lavoratori con 63 anni e 5 mesi di età e 30 anni di contributi, che diventano 36 per chi svolge lavori gravosi. Va ricordato però che non si tratta di una pensione, ma di un’indennità che accompagna fino alla vecchiaia.
Continuano ad applicarsi regole particolari solo per alcune categorie, come i lavoratori precoci, che possono andare in pensione con 41 anni di contributi se rientrano in specifiche condizioni di tutela, e per chi svolge lavori usuranti o notturni, con requisiti ridotti.
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