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Il caso

Fine vita, la circolare dopo lo stallo Rinaudo: «Le regole c’erano già»

Dalla Regione alle Asl il documento esplicativo che comunicano modalità di attuazione del diritto

C’è anche la sanità che fa i miracoli

Referendum per la sanità piemontese

«Non è solo ideologia politica. Ma il peso di visioni etiche, religiose e anche “paternalistiche”. Il modo in cui ciascuno concepisce la vita. Però finiscono per negare l’autodeterminazione. La stessa autodeterminazione che in Germania, di contro, ha consentito alle gemelle Kessler, senza alcuna patologia, di suicidarsi». L’ex pm Antonio Rinaudo, oggi presidente del Comitato etico territoriale di Torino, motiva così il lungo impasse della Regione Piemonte almeno dal 2023 sul tema fine vita. Ed è per questo che dallo scorso maggio c’è una richiesta inevasa all’Asl To4. Quella di un uomo che non ce la fa più e che ha chiesto di essere aiutato a morire, avendo tutti i requisiti necessari.

La circolare è un documento tecnico, ma l’effetto è politico. Ad essa allegato un vero e proprio vademecum procedurale che chiarisce l’iter. La domanda va presentata all’Asl che, entro 48 ore, attiva una Commissione multidisciplinare incaricata di valutare il caso e redigere una relazione. Il fascicolo passa poi al Comitato etico territoriale per il parere obbligatorio. In caso di esito positivo, un’équipe sanitaria concorda con il paziente modalità, tempi e luogo della procedura, che può svolgersi in una struttura del Servizio sanitario nazionale o, su richiesta, a domicilio. L’atto finale prevede la verifica della volontà del paziente, l’assistenza durante l’assunzione del farmaco, la constatazione del decesso e la redazione di un verbale dettagliato. La Regione chiarisce che non si tratta di una nuova legge, ma di un atto esplicativo per rendere omogenee le procedure sul territorio.

«Nel 2023 avevamo predisposto linee guida complete, depositate in Regione e mai ufficializzate. Oggi si prende atto di ciò che la Corte ha già stabilito, ma per mesi si è lasciato tutto nel cassetto», afferma Rinaudo, per il quale il problema resta l’assenza di una legge nazionale. «Così si procede a macchia di leopardo, con decisioni diverse tra Regioni e persino tra Asl. E intanto ci sono persone che attendono per mesi una risposta, pur avendo i requisiti riconosciuti. Questo non è un dibattito teorico: è una sofferenza concreta. Per una persona lucida, consapevole, in una condizione di sofferenza definita dalla Corte “intollerabile”, prolungare l’attesa significa infliggere una tortura», continua il pm. Il documento regionale prova, così, a fare ordine, ma il nodo politico resta aperto. Senza un intervento del Parlamento, il fine vita continua a essere governato da sentenze, circolari e casi singoli. Con il rischio, sempre più evidente, che il tempo dell’attesa diventi esso stesso una forma di accanimento.

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