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John Elkann risponde a TorinoCronaca

Eredità Agnelli, la linea Elkann: il controllo (di un impero da 33 miliardi) non si tocca

Dagli accordi di Ginevra alle regole della Dicembre, ecco perché le cause legali non cambiano gli equilibri del gruppo

Eredità Agnelli, la linea Elkann: il controllo (di un impero da 33 miliardi) non si tocca

La battaglia legale degli Agnelli va avanti. Ma, almeno secondo il fronte Elkann, c’è una cosa che non è mai stata davvero in discussione: il controllo di un impero da oltre 33 miliardi.

È su questo punto che interviene  John Elkann tramite il suo Legal Team -dopo le notizie riguardo il possibile cambiamento dell'assetto societario della Dicembre, la cassaforte di famiglia -, mettendo nero su bianco una linea che è insieme giuridica e, inevitabilmente, politica. Perché al centro non c’è solo una disputa familiare, ma la tenuta della Dicembre, la holding che rappresenta il cuore dell’impero, da cui dipende il controllo di Exor, Stellantis, Ferrari, Juventus, Philips etc etc. E il messaggio è chiaro: qualunque sia l’esito delle cause in corso, quella posizione non cambia.

Per capire perché, bisogna tornare indietro. A Ginevra, 2004. È lì che, secondo i legali, si chiude davvero la partita. Gli accordi firmati tra Marella Agnelli e la figlia Margherita - il cosiddetto patto successorio "pour la paix" come scrisse Margherita firmando, che poi ha rinnegato - avrebbero regolato in modo definitivo non solo l’eredità dell’Avvocato, ma anche quella della stessa Marella. Un passaggio chiave, perché da lì deriverebbe l’uscita di Margherita dall’asse ereditario della madre.

Non è solo una questione formale. È una struttura che, sostengono, ha retto nel tempo e che trova conferma anche nel patrimonio accumulato negli anni da Margherita stessa. Con quell'accordo, Margherita rinunciava a gran parte dell'eredità paterna, in cambio di un "forfait" che secondo alcune notizie ammonterebbe ad almeno 1 miliardo e 300 milioni, oltre alle residenze come Villa Frescot, la casa di Villar Perosa e l'appartamento romano fronte Quirinale. Secondo il giudice Raffaele Deflorio, che ha archiviato una causa di Margherita contro lo scrittore Gigi Moncalvo e i suoi ex avvocati, si tratterebbe di "un'eredità di almeno 4 miliardi percepita".

Le vicende giudiziarie di oggi — comprese quelle penali, in Italia e in Svizzera, legate alla residenza svizzera di Marella — si muovono su un altro piano. Possono incidere sul contesto, ma non su quell’impianto. È qui che il discorso si fa più concreto.

La posizione di John Elkann, spiegano i suoi legali, non nasce da una singola scelta recente, ma da una stratificazione di atti. Le donazioni dell’Avvocato alla fine degli anni ’90, quelle successive di Marella nel 2003: passaggi che hanno costruito nel tempo una maggioranza che, per come è stata configurata, non sarebbe contestabile.

Anche perché, aggiungono, il patrimonio complessivo di Marella - secondo i dati del Fisco svizzero, lei avrebbe un patrimonio personale di oltre 3 miliardi di euro, contro i 2,5 del figlio John Elkann a detta di Forbes - sarebbe comunque sufficiente a coprire eventuali diritti successori, senza toccare le quote già trasferite.

Poi c’è il livello societario, che è quello che conta davvero.

Lo statuto della Dicembre — firmato anche da Margherita quando era ancora azionista — assegna a John Elkann i poteri di controllo. E stabilisce che non possa essere modificato senza il suo consenso. Un dettaglio tecnico solo in apparenza, ma decisivo.

E infine c’è una scelta che pesa ancora oggi, rimarcano gli avvocati.

In quel 2004, in uno dei momenti più difficili per il gruppo Fiat, Margherita decise di uscire, cedendo le proprie quote. Il resto della famiglia — e in particolare gli Elkann — fece la scelta opposta, restando dentro e sostenendo il rilancio con la gestione di Sergio Marchionne. Una compravendita, sottolineano i legali, libera e quindi non annullabile.

È su questa sequenza — accordi, donazioni, statuto, scelte —, per quanto contestata adesso dalla Procura nella richiesta di rinvio a giudizio per John Elkann, Gian Luca Ferrero e il notaio Remo Maria Morone - che si regge la linea difensiva.

Ma il passaggio più interessante arriva alla fine del documento consegnatoci dai legali.

Perché qui il discorso esce dal piano strettamente giuridico e diventa economico. Mettere in dubbio il controllo del gruppo, sostengono, significa alimentare un clima di incertezza che può avere effetti diretti su società quotate e investitori. Non è solo una questione di famiglia. È una questione di mercato.

La partita, dunque, resta aperta. Ma su due livelli diversi. Quello giudiziario, dove si discuterà ancora a lungo. E quello industriale, dove — almeno per ora — gli equilibri non sembrano muoversi.

Noi continueremo a seguire questa vicenda, dai due fronti, da cronisti. Ed evidenziare i fatti (o le contraddizioni).

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