A quarantadue anni, partito da Cisano sul Neva (Savona) con un Commodore a otto anni e una laurea in Informatica all’Università di Genova, Paolo Ardoino siede oggi sulla plancia di comando di Tether, la società della stablecoin più usata al mondo. C’è chi lo definisce “banchiere centrale ombra”, chi ne esalta la visione tecnologica: lui risponde spostando il fuoco dal conto in banca alla responsabilità. Che cosa significa “ricchezza” quando la tua creatura è il 17esimo detentore privato al mondo di Treasury americani e il tuo impatto tocca, a suo dire, centinaia di milioni di persone? La domanda non è retorica: è la soglia oltre cui si misura la solidità di un’idea.
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Chi è Paolo Ardoino Nato a Cisano sul Neva, provincia di Savona, classe 1984, programmatore dall’età di 8 anni, Ardoino è diventato
miliardario poco dopo i trent’anni. Oggi è il
ceo di
Tether. Al suo fianco, in qualità di
presidente e
direttore finanziario, c’è
Giancarlo Devasini, torinese di origini casalesi (
Casale Monferrato). La consacrazione arriva nel 2024:
Forbes inserisce per la prima volta entrambi nella lista dei più ricchi del mondo (8 aprile 2024). Secondo il magazine, Devasini — con circa il 47% di
Tether — vale 22,4 miliardi di dollari, terzo in Italia; Ardoino, accreditato di circa il 20%, è a 9,5 miliardi. Non solo finanza: i due hanno persino tentato la scalata alla
Juventus, diventandone secondi azionisti alle spalle di Exor, la holding di
John Elkann.
Ardoino si è raccontato in una lunga intervista a Forbes. Qui, una sintesi delle sue risposte alle domande della rivista, con focus sugli argomenti più caldi di una società dall'immensa capacità di generare utili, ma dalle troppe zone d'ombra.
Tether, fra potere e trasparenza
Tether ha sviluppato USDT, stablecoin ancorata al dollaro che, nell’ecosistema cripto, è divenuta la cerniera tra liquidità in dollari e periferie del mondo finanziario. La crescita è stata travolgente: oggi Tether è il 17esimo maggior detentore di buoni del Tesoro statunitensi. Banca centrale “ombra”? Ardoino respinge l’etichetta: “Non facciamo politiche monetarie, non usiamo leva, non abbiamo riserva frazionaria. Costruiamo infrastrutture di pagamento globali, sicure e liquide”. Resta il nodo opacità. Gli analisti ricordano come i bilanci della società non siano integralmente pubblici e come, in passato, sui metodi di attestazione siano arrivate osservazioni dagli organi di settore. Ardoino replica che, con il maturare del quadro normativo, Tether è passata ad attestazioni periodiche di terze parti (BDO Italia) sempre più dettagliate e ora si muove verso un audit completo. È un’evoluzione, sostiene, non un cambio di filosofia.
La strategia: stablecoin al centro, energia, mining e AI come "scudo" USDT resta il cuore dell’azienda, ma
Tether ha accelerato sugli investimenti in
infrastrutture energetiche,
mining di Bitcoin e
intelligenza artificiale. Perché? Per ridurre i punti di rottura, rafforzare il “layer fisico” che mantiene in vita reti aperte e decentralizzate. Sul fronte IA, Ardoino vede un rischio di
concentrazione in poche mani e spinge per piattaforme e strumenti aperti, soprattutto dove l’accesso tecnologico è più fragile. Decentralizzare, spiega, non è ideologia: è assicurazione contro colli di bottiglia e fragilità sistemiche.
Paesi emergenti: stabilità prima che speculazione Dall’
Argentina alla
Turchia, dall’
Egitto alla
Nigeria,
USDT — racconta
Tether — è usato come risparmio anti-inflazione, come mezzo di pagamento per microimprese e come ponte verso l’economia globale. Non concorrenza alle banche, ma supplenza dove il sistema tradizionale non arriva o non ha interesse a farlo. “Offriamo a oltre 500 milioni di persone un’infrastruttura neutrale e veloce in dollari”, dice Ardoino, rivendicando ingenti investimenti in
compliance e cooperazione con autorità e forze dell’ordine internazionali. L’analogia è netta: il contante resta lo strumento più usato per il crimine, ma nessuno ne chiede l’abolizione.
Regole e istituzioni: meno scontro, più implementazione Il dialogo con
regolatori e
governi si è fatto, secondo Ardoino, più pragmatico: al centro non più l’ideologia, ma la qualità delle riserve, la gestione del rischio, la collaborazione operativa con le law enforcement agency. Niente nomi specifici, ma una tendenza: la contrapposizione lascia spazio all’ingaggio. È il segno di un settore che, piaccia o no, si è istituzionalizzato.
Juventus: cuore e metodo Che Juve sarebbe stata, con una governance “crypto-native”? Ardoino evoca la passione di una vita — l’infanzia tinta di bianconero — ma sottolinea: niente emotività. “
Mentalità scientifica, successi durevoli, orizzonte di decenni, non di trimestri”. Il calcio come istituzione culturale prima che asset finanziario: forse qui sta il vero ponte tra la cultura hacker e quella sportiva. Tether, aveva detto ai tempi, sarebbe pronta a mettere un miliardo di euro nella Juventus, "ma gli Elkann non ci vogliono", nonostante in qualche modo sia riuscita a far entrare un suo uomo nel cda.
Ipo, valutazioni e l'effetto Genius Act Tether genera utili enormi, ma non è quotata. Un’
Ipo? Possibile solo se il capitale sarà davvero allineato a ethos e gestione del rischio. Ardoino sostiene che, dopo l’approvazione del
Genius Act negli Stati Uniti, diversi investitori abbiano manifestato interesse per una quota di minoranza. Era stato calcolato un valore di 500 miliardi, ma la raccolta è stata di molto inferiore, a quanto risulta. “Non abbiamo cercato capitali attivamente; a fronte della redditività e della scala,
valutazioni nell’ordine delle centinaia di miliardi sono sul tavolo”. Ma, precisa, la priorità resta l’
impatto sociale e la
resilienza: la flessibilità di restare privati oggi è un vantaggio.
Il rischio vero? Progettare contro il tempo Regolazione ostile,
nuove tecnologie o errore umano? Ardoino rifiuta la gerarchia dei timori e parla di “
resilienza come progetto”: riserve gestite in modo conservativo, controlli operativi forti, investimenti che riducano la dipendenza da snodi centralizzati. Un’infrastruttura ben progettata, insiste, non teme la novità: l’assorbe. Ambizioso? Sì. Ma è con l’ambizione — e con il controllo, aggiungerebbero i
regolatori — che si costruiscono reti durevoli.
La ricchezza come responsabilità La cifra personale torna sempre lì: “La vera ricchezza è dirigere una società senza precedenti, con principi solidi e uno scopo che metta al primo posto
individui e
stabilità sociale”. Ricchezza come dovere, più che come numero a bilancio. È la metafora finale di Ardoino: il denaro come carburante, non come destinazione. Resta da vedere se questa rotta saprà resistere a turbolenze, cicli e scrutinio pubblico. Ma la traiettoria — dal Savonese ai Treasury USA, dal mining all’IA, passando per
Torino e
Casale Monferrato, fino al sogno
Juventus — è ormai tracciata.